Libri

L’Utopia selvaggia di Darcy Ribeiro e il poliedrico universo brasiliano

Utopia-Selvaggia-Saudade-innocenza-perduta-Una-fiaba
Giovane donna indigena amazzonica.
Recentemente pubblicato in Italia con una nuova traduzione, "Utopia Selvaggia. Saudade dell'innocenza perduta. Una fiaba", dell'immenso Darcy Ribeiro, è un libro da gustare tutto d'un fiato (ancor di più in queste settimane in cui si parla molto di Amazzonia). Pubblichiamo (per la prima volta su DentroRiodejaneiro) il contributo di Cristina Gemmino, dottoranda in Studi Africani ed esperta di tutto ciò che ruota attorno alla cultura lusofona.

“Come no? Questi indios sono tutti nudi! O per caso sono vestiti?”.

… Così, dopo giornate immerse nella tecnologia, tra un aereo che decolla e un altro che atterra, in una Lisbona gentrificata più che mai di un fine agosto del XXI secolo, mi imbatto in lui, nella sua lettura, nella sua fiaba, come il sottotitolo di questo romanzo suggerisce.

“Utopia Selvaggia. Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba”, nella sua nuova traduzione a cura di Katia Zornetta, pubblicata da Negretto Editore nel maggio di quest’anno, è uno di quei racconti genuinamente brasileiros. Darcy Ribeiro, scrittore, antropologo e politico, riassume in quest’opera tanto la sua sincretica figura quanto il poliedrico caleidoscopico dell’universo brasiliano. E lo fa attraverso le parole, ma soprattutto i colori e le forme, dei diversi personaggi che si susseguono nella fabula da lui sapientemente rivelata.

Poggio il mio calice di vino sul parquet di casa, mi siedo su un comodo cuscino e inizio la lettura. A ogni pagina letta mi sembra di ritrovare il Brasile di Gregório de Matos o forse di Oswald de Andrade o di Manuel Bandeira o di Gilberto Freyre o, ancora, di Sérgio Buarque de Holanda. Poi mi accorgo che, di fatto, tutti questi autori, che hanno disegnato, tracciato e raccontato, storicamente, antropologicamente e poeticamente questo Brasil brasileiro ci sono tutti. Rituale antropofagico, penso, e di cui prendo coscienza già dalle prime pagine. Quando il nostro Pitum, ex-tenente Carvalhal, mentre si trovava impegnato nella Guerra Guiana che l’Esercito Brasiliano combatteva a nord dell’Amazzonia, tutto successe:

“È abitudine di queste donne stare sempre nude, scoperte, come mamma le ha fatte. Hanno corpi armoniosi e volti molto belli. I loro capelli neri sono lisci ma spessi come crine di cavallo. Alle volte sono sciolti, altre invece sono raccolti in trecce. Il loro corpo è dipinto con tinte nere o rosse con le quali si striano come zebre o si squadrano a scacchi. I loro gioielli sono ornamenti colorati ricoperti di piume”.

Le indie brasiliane, Icamiabas – apparentemente prive di qualsiasi forma di Civiltà -, guidano il primo viaggio di Pitum all’interno della buona “selvatichezza” indigena, modellata e tracciata dal Jean Jacques Rousseau del Nuovo Mondo e su cui il nostro autore ironizza. Darcy Ribeiro, in fondo, nelle sue argomentazioni interviene – nel mezzo di questa fiaba dal colore della pupunha[1], dell’urucum[2], adornata di enduape[3]– per tentare di dare una risposta a una domanda dalle multiple sfumature: “chi siamo noi, se non siamo europei, e nemmeno siamo indios, se non una specie intermedia, tra aborigeni e spagnoli?”.

È un miscuglio di tristezza e sorrisi l’emozione che mi accompagna in questo viaggio di lettura – o lettura di viaggio – passando dall’Eden abitato dalle sole donne Amazzoni, dopo il golpe di Jurupari, all’altra sponda. O forse sarebbe meglio parlare della Placida sponda.

Darcy-Ribeiro-Utopia-Selvaggia-Saudade-innocenza-perduta-Una-fiaba
“Utopia Selvaggia. Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba”.

“Questi indios sono degli inglesi silvestri. Vivono nel loro circolo, ci abitano, ci dormono, ci sniffano restandosene sempre nel loro buco. Di giorno vengono le donne per riunirsi nel cortile; di sera, invece, per fare la cena o per andare in giro per la foresta, a qualunque ora, per compiere degli altri atti inconfessabili. Sono indios stranissimi, ma normali […]”.

Espulsa dall’Eldorado delle donne Amazzoni, mi ritrovo, insieme al nostro ex-tenente, avvolta in una bruma biancastra, nell’altra banda. Abitata da gente dai visi rossastri, pelle mulatta e bei volti, il tuxaua[4]Calibã ci offre ospitalità al fine di conoscere questo nuovo litorale amazzonico. Um Brasile dove le due monache, Uxa e Tivi, nel tentativo di evangelizzare questa selva selvaggia, si imbattono, invece, in un Brasile fatto di piume e ventuno flauti, di cose sacre e falliche, di cortecce di alberi che ridono a crepapelle mentre si estrae il caapi[5]; un Brasile dove un ex-tenente nero è figlio di Oxumaré[6]; un Brasile dove Cunhãmbebe, nella Casa degli Uomini, canta e suona il maracá[7] ogni pomeriggio; un Brasile dove l’antropofagia è un culto. Un Brasile dove “ogni cosa è possibile, simultaneamente, in maniera tanto diversa”.

Si tratta di un Brasile, forse, dove la vera Civiltà sta nella magistrale compostezza e irriverenza di questa fiaba inscenata da Darcy Ribeiro. Una Civiltà utopica? O selvaggia? O innocente?

In questa mattina di fine agosto sono ancora alla ricerca di una risposta. Forse. Cerco di vestirli, questi indios. E alla fine sono io a svestirmi. In tutto questo, l’odore che emana il caapi mi invita nuovamente a cercare la risposta nelle parole del nostro autore. Le cerco, le cerco ancora…

Acquista ora il libro:


[1] Dal tupi xibé, nome che indica una tipica bevanda dell’Amazzonia, fatta mescolando farina di manioca e acqua, dal sapore lievemente acidulo (Zornetta, 2019: 26).

[2] Pianta amazzonica dal cui frutto gli indios preparavano un colorante naturale dalla tinta rosso vivo (Zornetta, 2019: 29).

[3] Ornamento simile a una fascia di piume, solitamente usato come tanga dai gruppi indios tupinambás (Zornetta, 2019: 27).

[4] Capo tribù degli indios brasiliani (Zornetta, 2019: 100).

[5] È una liana che nella radice, nelle foglie e nei frutti contiene um alcaloide ad azione psicotropa (Zornetta, 2019: 108).

[6] Divinità africana (Orixá) che ha origini dalle tradizioni degli schiavi neri deportati in Brasile (Zornetta, 118).

[7] Sonaglio indigeno, usato nelle cerimonie religiose e di guerra, formato da una sfera cava, contenente sassolini o semi, impugnato per un manico e scosso ritmicamente (Zornetta, 2019: 112).

Cristina Gemmino

Dottoranda in Studi Africani, un’italiana non italiana, una brasiliana non brasiliana, un’africana non africana. Sono creola. Sono tutto e spesso il contrario di tutto, pronta a lasciare spazio all'incoerenza perché l’universo possa mostrare l’infinito che si cela dietro alla collina, o alle sette colline della mia amata cidade linda. O ancora, tra le ali di un aereo.

Lascia il tuo commento

Fai clic qui per lasciare un commento

AMI IL BRASILE? SEGUICI!
Ogni tanto riceverai novità dal blog, segnalazioni di eventi, offerte per risparmiare sui viaggi e altre informazioni utili. Potrai disiscriverti quando vorrai e, è una promessa, non condivideremo mai i tuoi dati.
Ho preso visione dell'informativa sulla privacy, accetto e autorizzo il trattamento dei miei dati personali.
SCARICA IL MEDIA KIT
Scaricando il media kit dichiari di aver letto e accettare l'informativa sulla privacy. Non condivideremo mai i tuoi dati con altri.
Grazie per aver scaricato il Media Kit.
Per ogni informazione puoi scriverci a comunicazione@baleia.org o tramite la nostra pagina Facebook
BAIXE O MÍDIA KIT
Baixando o mídia kit você declara de ter lido aceitar a nossa privacy policy. A gente não vai difundir seus datoss.