Itinerari carioca

Perché non visitare una favela

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Scorcio della favela di Rocinha (foto: DentroRiodejaneiro).
Visitare una favela è un'esperienza incredibile ma ci sono diverse situazioni in cui è meglio non farlo e alcuni motivi che secondo me dovrebbero spingere ad evitarlo.

Qualche settimana fa ho scritto un articolo sul perché bisognerebbe visitare una favela durante un viaggio a Rio de Janeiro. Era il primo di tre post dedicati al tema del “visitare le favelas”. Questo è il secondo capitolo dell’approfondimento. Nel terzo e ultimo, vi dirò la mia su come visitare una favela.

Comincio col darvi il mio punto di vista: conoscere da vicino la realtà delle favelas di Rio de Janeiro è un’esperienza forte e umanamente arricchente. Ho dedicato parte dei miei studi e del mio lavoro al tema delle favelas, della povertà urbana e dell’inclusione sociale e sono convinto che, sempre di più, servano ponti, relazioni e scambi per migliorare la coesione sociale e la qualità della vita.

Detto ciò, ci sono anche circostanze e motivi per cui è meglio non visitare una favela.

La sicurezza in un viaggio viene prima di tutto e le favelas di Rio de Janeiro non sono luoghi sicuri. Anche prendendo tutte le precauzioni del caso, non è mai consigliabile entrare in una comunità quando è in corso un conflitto. Le bande di narcotrafficanti e le cosiddette milizie hanno, purtroppo, il controllo di molte favelas e gli scontri tra fazioni opposte e con la polizia sono all’ordine del giorno.

Ultimamente, anche nelle favelas pacificate le condizioni di sicurezza sono precipitate. Questo significa che, prima di decidere se visitare una determinata favela, dovete informarvi con le guide o le organizzazioni cui vi siete rivolti se è il caso di accedere o se evitare la visita. È importante. Per avere un’idea di quanti conflitti a fuoco ci siano ogni giorno a Rio de Janeiro, sappiate che esistono addirittura applicazioni che comunicano in tempo reale le sparatorie in corso per la città (e il dato certamente non è completo).

Visitare una favela non è un gioco.

Per questo, a meno che non abbiate scelto di viverci e di lavorarci, non dovete neanche entrare da soli ma rivolgervi sempre o ad agenzie specializzate, possibilmente create da guide locali, oppure ad organizzazioni non governative e associazioni che operano sul campo con i loro progetti di solidarietà. Insomma, per poter visitare una favela (soprattutto quelle meno abituate alla presenza di persone esterne) è raccomandabile essere lì con chi conosce i luoghi dove andare e dove non andare, che vi dirà cosa si può e cosa non si può fare e che è conosciuto e riconosciuto da tutti.

Se non siete in buone condizioni fisiche, le scale e le salite ripide di molte favelas di Rio non sono proprio l’ideale. Se dovesse fare molto caldo o piovere poi è ancora più complicato. Insomma, valutate bene se avventurarvi o meno.

Oltre alle ragioni pratiche per cui non visitare una favela, ci sono quelle etiche. E sono altrettanto importanti.

C’è molto dibattito sul fatto se sia giusto o sbagliato che un turista entri in una favela. Io credo che non c’è una regola a priori e che la risposta dipende dal vostro cuore, dal vostro sguardo e dal vostro approccio al tema delle favelas.

Non mi sono mai piaciute, per esempio, le jeep che salgono per le vie della Rocinha e trasportano gruppi di europei e nordamericani un po’ come fanno gli autobus scoperti per i centri delle nostre città e che si fermano solo in punti fissi per fare le foto di rito e acquistare un souvenir della favela. Non credo a questo tipo di approccio che serve più che altro a far fatturare i tour operator e per questo vi dico che se cercate questo tipo di esperienza non dovete visitare una favela. Per me non è giusto.

Credo nel contatto con le persone, nel dialogo, nello scoprire le cose vere e non quelle organizzate in modo standardizzato.

Penso che per visitare una favela sia giusto rivolgersi alle gente del posto che, magari, ha creato piccole iniziative imprenditoriali per il turismo comunitario: in questo modo sosterrete l’economia locale e darete una chance ai giovani abitanti di far conoscere anche le tante cose positive che ci sono nelle comunità.

Penso che per capire veramente questi luoghi così complessi, sia importante camminare (magari dal basso verso l’alto) per rendersi conto di come la città cambi lentamente più ci si addentra. È importante incrociare gli sguardi e i sorrisi della gente, fermarsi per comprare del cibo di strada, scambiare qualche chiacchiera. Camminare vi farà anche capire la fatica di chi vive lì e tutti i giorni deve salire più in alto. Se tutto questo manca e se preferite la jeep del tour operator, secondo me non dovete visitare una favela.

Se avete difficoltà a camminare troppo, al limite, potete utilizzare i mezzi di trasporto locali, come le van e i mototaxi. Ma le jeep proprio no… visitare una favela non è come fare un safari ed è qualcosa che va fatto con rispetto e, nei limiti del possibile, a parità di condizioni. La stessa dicitura “favela tour” non è proprio il massimo…

Penso che se non si viene a contatto con le storie degli abitanti, se ci si isola, non vale proprio la pena visitare le favelas di Rio. E il modo migliore per sentirsi raccontare una storia è andare a conoscere i tanti incredibili progetti delle associazioni e delle Ong che lavorano nelle comunità e ogni giorno toccano da vicino le ferite fisiche e morali di chi vive questi luoghi.

Non dovete senz’altro visitare una favela se avete pregiudizi, se pensate che chiunque le abiti sia un criminale o, nella migliore delle ipotesi, uno scansafatiche. Sappiate che la realtà è assai diversa e la stragrande maggioranza degli abitanti delle favelas svolge lavori dignitosi, spesso (ma non sempre) umili e si reca tutti i giorni a lavorare in altre zone di Rio de Janeiro. Se pensate che la vostra idea di favela come luogo senza speranza sia inattaccabile, non affacciatevi nelle comunità e tenetevi le vostre convinzioni infondate. Per conoscere questi luoghi, serve disposizione al confronto, al dialogo e all’abbraccio.

Scoprirete storie esemplari, nelle favelas di Rio de Janeiro. Se però il vostro cuore non dovesse essere pronto, restate a godervi le belle spiagge della città e rimandate la visita: non c’è niente di male.

Simone Apollo

Sono appassionato di Rio de Janeiro e di Brasile. Sociologo, esperto di America latina, innovazione sociale, favelas e comunicazione. Inventore di DentroRiodejaneiro, l'unico blog italiano dedicato a Rio de Janeiro (e non solo).

4 commenti

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  • Non ho ancora visitato il Brasile, ma amandolo da lontano (per ora) mi identifico in quello che hai scritto. Visitare per conoscere, non visitare per mettere “in carniere”, spuntando la voce “favelas=fatto “. Aspetto il terzo capitolo.

    • Grazie mille per il tuo commento, Marisa. Spero avrai presto l’opportunità per visitare il Brasile e conoscere anche questo suo aspetto così importante dal punto di vista sociale e culturale. Spero anche di avere tempo per scrivere presto il terzo capitolo 🙂

  • Ciao Simone, ho apprezzato tantissimo quest’articolo. Da leggere e rileggere più volte e sinceramente quest’articolo dovrebbe trasformarsi in opuscolo di informazione da distribuire negli hotels, tour operator. Prima di entrare in una favela bisogna prima di tutto prepararsi psicologicamente e sapere di entrare in un mondo totalmente diverso rispetto alle quali molti paesi sono abituati. Si parla comunque di comunità, di persone, di bambini che vivono in situazioni estreme, di pura povertà. L’informazione in questo caso è molto importante per capire come dici tu se vale o no la pena di andare a visitarne una. Le jeep turistiche purtroppo sono una triste realtà e più volte mi sono chiesto il senso di questo tipo di turismo. Anche se percepisco l’intento economico da parte di chi li organizza, dall’altra gli stessi turisti si ritrovano allo stesso modo ad affrontare un “tour safari”, con tanto di macchina fotografica al collo pronti ad immortalare una triste realtà. Il modo migliore per avvicinarsi, come dici tu, è attraverso le varie associazioni, che ti permettono di entrare all’interno di quei posti e soprattutto di stare a contatto e di entrare nel cuore delle persone. Ho fatto quest’esperienza nel 2014 con la Onlus “Il sorriso dei miei bimbi”. Ho trascorso una bellissima giornata in compagnia di B. Olivi, Julius e tanti altri, è stata un’esperienza unica che ti aiuta a capire e a vedere il mondo con occhi diversi.

    • Caro Claudio, sono onorato per questo tuo commento e di avere, tra i lettori del blog, persone che hanno una sensibilità come la tua. È il motivo per cui porto avanti, con tanta fatica, il progetto DentroRiodejaneiro. Il Sorriso dei Miei Bimbi fa un gran lavoro alla Rocinha. Ho conosciuto sia Barbara sia Julius (e Marco, che all’epoca lavorava con loro) e dei loro progetti posso dire che sono un piccolo grande contributo per rendere la Rocinha un luogo migliore per i suoi abitanti (soprattutto per i più piccoli). Come loro, tante associazioni e Ong, piccole e grandi, brasiliane o create da persone di buona volontà venute da fuori, mettono le mani in pasta e lavorano per dare una chance ai più deboli. In questo mondo pieno di benpensanti e malpensanti e troppo rabbioso, bisogna solo che togliersi il cappello davanti ai loro sforzi e provare a dare una mano anche noi, ognuno come può. C’è sempre più bisogno di esempi positivi e io ho sempre speranza! Ti abbraccio e ti ringrazio di nuovo, Simone

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