Approfondimenti

Il viaggio di Pasolini in Brasile

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Pier Paolo Pasolini e Maria Callas.
Nel 1970, l'immenso poeta, regista e scrittore Pier Paolo Pasolini, viaggia per il Brasile insieme a Maria Callas e in seguito a quell'esperienza scriverà alcune poesie dedicate al paese verde-oro, al suo popolo e alle favelas di Rio de Janeiro.

Nel mese di Marzo del 1970, un aeroplano proveniente dall’Italia, con destinazione l’Uruguay, dovette fare un atterraggio di emergenza a Recife, città del litorale brasiliano. In quell’aereo viaggiavano Pier Paolo Pasolini e Maria Callas, diretti entrambi al Festival Internazionale del Cinema di Mar del Plata, presso il quale avrebbero dovuto presentare al pubblico il film Medea (1969). Pasolini aveva scritto e diretto il film mentre, Maria Callas, grande cantante lirica, aveva recitato nei panni della protagonista, Medea.

Durante le poche ore che i due rimasero confinati nell’aeroporto pernambucano, possiamo dire che Pasolini visse la sua prima esperienza in territorio brasiliano. E da questa esperienza improbabile, risultato di un atterraggio imprevisto, giunse l’ispirazione che portò Pasolini, il quale oltre ad essere cineasta era anche poeta, a scrivere due poesie sul paese che conobbe in quel frangente: “Comunicato all’Ansa (Recife)” e “Il piagnisteo di cui parlava Marx”. È in questo modo che il poeta descrive come si sentì al suo arrivo:

“Nell’aeroporto in costruzione, passando
davanti a un gruppo di operai che lavorano, degli occhi
si alzano sui passeggeri
È così che il Brasile mi saluta”.

(Trasumanar e organizzar, Pier Paolo Pasolini, Ed. Garzanti, 1971, p. 131)

Pasolini associa le sue prime esperienze in Brasile a questa specie di cornice portaritratto del paese. L’immagine creata dal poeta mostra che, tra tutte le impressioni iniziali da lui registrate all’atterraggio e all’ingresso in aeroporto, a salutarlo per la prima volta, in nome del paese, fu proprio lo sguardo degli operai che lavoravano nel cantiere osservando i passeggeri appena sbarcati.

Queste due poesie, che raccontano l’esperienza del regista a Recife, sono pubblicate nel libro Trasumanar e organizzar, del 1971.

Il fatto più curioso è che, in questo stesso libro, verso la fine, c’è anche un’altra lunga poesia, “Gerarchia”, in cui si fa ancora riferimento al Brasile. Tuttavia, invece di descrivere le ore passate in aeroporto, qui Pasolini si concentra su un momento successivo, quando era sulla via del ritorno in Italia dopo il festival. Pasolini dunque di passare alcuni giorni a Salvador e a Rio de Janeiro e “Gerarchia” è proprio la descrizione di ciò che Pasolini ha visto e ha vissuto in terra carioca.

Nella poesia, che trovate più avanti, l’autore italiano descrive l’esperienza di essere guidato da un ragazzo brasiliano (praticamente come Dante guidato da Virgilio) fino all’alto di una favela di Rio de Janeiro. Qui, Pasolini ebbe l’opportunità di conoscere una casa, di quelle delle periferie urbane, autenticamente brasiliana. La giovane guida, Joaquim, che Pasolini aveva conosciuto sulla sabbia di Copacabana, rappresenterebbe quello che il poeta chiama Hierarquia del paese, formata in una delle sue estremità da vecchi intellettuali borghesi, somiglianti allo stesso poeta italiano (come egli stesso dichiara) e, nell’altra, da giovani proletari come Joaquim. Le differenze tra le due classi sociali sarebbero all’origine di un’ambiguità, del “nodo inestricabile”, che comporrebbe la società brasiliana secondo la visione dello scrittore.

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La favela di Rocinha, Rio de Janeiro, nel 1969 (Agência O Globo).

È interessante osservare che, quando il poeta descrive le sue impressioni rispetto alla società brasiliana, riconosce di continuo elementi tipici anche del suo stesso paese, al punto di dirsi concittadino brasiliano e di riferirsi al Brasile come sua “patria” e “terra natale”.

Cosa ci sarebbe di simile tra Brasile e Italia per Pasolini? Cosa sarebbe, di fatto, questa ambiguità che il poeta percepisce quando visita una favela brasiliana e che, in qualche modo, secondo il suo punto di vista si avvicina a determinate caratteristiche che conosce così bene nel suo stesso paese?

Una possibilità è pensare che, negli anni Settanta, cioè contemporaneamente al suo passaggio attraverso il Brasile, Pasolini era molto attento ai mutamenti culturali in corso in Italia, soprattutto nelle periferie (le borgate) e nel Sud del paese. Pasolini definiva l’insieme delle trasformazioni in atto in quel periodo come una “mutazione antropologica”. Nelle parole dello scrittore, il processo di industrializzazione tecnologica che stava interessando l’Italia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, era responsabile di una pesantissima trasformazione economica e sociale della società italiana alla quale dà, appunto, il nome di “mutazione”. Tra le conseguenze di tale processo, ci sarebbero state, per esempio, l’omologazione culturale dei giovani italiani, a causa dell’influenza della televisione e dell’educazione formale, e la ricerca sfrenata di sempre nuovi beni di consumo. L’imborghesimento della popolazione frutto di questa standardizzazione culturale avrebbe portato, sempre secondo l’opinione dello scrittore, alla fine di un’epoca poiché, di fronte alla forza del consumismo, i comportamenti e le tradizioni del passato non avrebbero più potuto resistere.

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Pasolini in una borgata romana.

Questo scenario devastante è sempre stato, soprattutto dopo i movimenti studenteschi del 1968, la linea argomentativa presente nelle opere di Pasolini. Quando perciò il poeta avverte che esiste qualcosa di simile tra la sua cultura e quella brasiliana, è a questo universo di riferimenti che egli è interessato. Per questa ragione, affermando l’idea di un paese latino creato “a immagine e somiglianza del mondo europeo” (e quindi del suo stesso paese), Pasolini ci induce a pensare che c’è qualcosa nella società brasiliana dagli stessi connotati consumistici e omologanti che, secondo lui, stavano impattando sempre di più il contesto socio-culturale italiano in quello stesso periodo.

Anche facendo salve le peculiarità storiche dei due paesi, ci sarebbe qualcosa ad avvicinare Italia e Brasile in quanto paesi capitalisti e appartenenti, perciò, ad uno stesso sistema economico selvaggio, basato sulla produzione e sul consumo di mercanzie. La critica di Pasolini è proprio alle conseguenze culturali che questo regime economico avrebbe provocato nelle società moderne, omologando le persone e portandole tutte a consumare le stesse cose e a comportarsi allo stesso modo.

Nella Gerarchia sociale, questa standardizzazione potrebbe, per esempio, essere avvistata nel comportamento dei giovani. Nel caso italiano, Pasolini criticava il modo in cui i ragazzi delle borgate romane o delle regioni meridionali erano uguali a quelli del Centro: le differenze culturali erano state eliminate dal consumo degli stessi prodotti. Pasolini sembra avere la stessa linea critica quando parla del Brasile: un giovane di una favela di Rio de Janeiro tenderebbe ad assomigliare culturalmente sempre di più a uno del Centro della città.

Il confronto tra i due paesi ci porta a domandarci come sia possibile che livelli di sviluppo tanto distanti abbiano potuto essere messi sullo stesso piano dallo scrittore. Tuttavia, credo sia innegabile che, con il passare degli anni e con sempre maggiore intensità, noi, brasiliani o italiani, continuiamo a vivere in questo mondo che tanto dava fastidio a Pasolini. Un mondo che, come denunciava lo scrittore, è ancora nocivo per ogni tradizione e diversità, ma che oggi non chiamiamo più omologato ma globalizzato.

Gerarchia (Pier Paolo Pasolini)

“Se arrivo in una città
oltre l’oceano
Molto spesso arrivo in una nuova città, portato dal dubbio.
Divenuto da un giorno all’altro pellegrino
di una fede in cui non credo;
rappresentante di una merce da tempo svalutata,
ma è grande, sempre, una strana speranza –
Scendo dall’aeroplano col passo del colpevole,
la coda tra le gambe, e un eterno bisogno di pisciare,
che mi fa camminare un po’ ripiegato con un sorriso incerto –
C’è da sbrigare la dogana, e, molto spesso, i fotografi:
comune amministrazione che ognuno cura come un’eccezione.
Poi l’ignoto.
Chi passeggia alle quattro del pomeriggio
sulle aiuole piene di alberi
e i boulevards d’una disperata città dove europei poveri
sono venuti a ricreare un mondo a immagine e somiglianza del loro,
spinti dalla povertà a fare di un esilio una vita?
Con un occhio alle mie faccende, ai miei obblighi –
Poi, nelle ore libere,
comincia la mia ricerca, come se anch’essa fosse una colpa –
La gerarchia però è ben chiara nella mia testa.
Non c’è Oceano che tenga.
Di questa gerarchia gli ultimi sono i vecchi.
Sì, i vecchi alla cui categoria comincio ad appartenere
(non parlo del fotografo Saderman che con la moglie
già amica della morte mi accoglie sorridendo
nello studiolo di tutta la loro vita)
Sì, c’è qualche vecchio intellettuale
che nella Gerarchia
si pone all’altezza dei più bei marchettari
i primi che si trovano nei punti subito indovinati
e che come Virgili conducono con popolare delicatezza
qualche vecchio è degno dell’Empireo,
è degno di star accanto al primo ragazzo del popolo
che si dà per mille cruzeiros a Copacabana
ambedue son lo mio duca
che tenendomi per mano con delicatezza,
la delicatezza dell’intellettuale e quella dell’operaio
(per lo più disoccupato)
la scoperta dell’invariabilità della vita
ha bisogno di intelligenza e di amore
Vista dall’hotel di Rua Resende Rio –
l’ascesi ha bisogno del sesso, del cazzo –
quella finestrella dell’hotel dove si paga la stanzetta –
si guarda dentro Rio, in un aspetto dell’eternità,
la notte di pioggia che non porta il fresco,
e bagna le strade miserabili e le macerie,
e gli ultimi cornicioni del liberty dei portoghesi poveri
sublime miracolo!
E dunque Josvé Carrea è il Primo nella Gerarchia,
e con lui Harudo, sceso bambino da Bahia, e Joaquim.
La Favela era come Cafarnao sotto il sole –
Percorsa dai rigagnoli delle fogne
le baracche una sull’altra
ventimila famiglie
(egli sulla spiaggia chiedendomi la sigaretta come un prostituto)
Non sapevamo che a poco a poco ci saremmo rivelati,
prudentemente, una parola dopo l’altra
detta quasi distrattamente:
io sono comunista, e: io sono sovversivo;
faccio il soldato in un reparto appositamente addestrato
per lottare contro i sovversivi e torturarli;
ma loro non lo sanno;
la gente non si rende conto di nulla;
essi pensano a vivere
(mi parla del sottoproletariato)
La Favela, fatalmente, ci attendeva
io gran conoscitor, egli duca –
i suoi genitori ci accolsero, e il fratellino nudo
appena uscito di dietro la tela cerata –
eh sì, invariabilità della vita, la madre
mi parlò come Lìmardi Maria, preparandomi la limonata
sacra all’ospite; la madre bianca ma ancor giovane di carne;
invecchiata come invecchiano le povere, eppur ragazza;
la sua gentilezza con quella del suo compagno,
fraterno al figlio che solo per sua volontà
era ora come un messo della Città –
Ah, sovversivi, ricerco l’amore e trovo voi.
Ricerco la perdizione e trovo la sete di giustizia.
Brasile, mia terra,
terra dei miei veri amici,
che non si occupano di nulla
oppure diventano sovversivi e come santi vengono accecati.
Nel cerchio più basso della Gerarchia di una città
immagine del mondo che da vecchio si fa nuovo,
colloco i vecchi, i vecchi borghesi
ché un vecchio popolano di città resta ragazzo
non ha da difendere niente –
va vestito in canottiera e calzonacci come Joaquim il figlio.
I vecchi, la mia categoria,
che vogliano o non vogliano –
Non si può sfuggire al destino di possedere il Potere,
esso si mette da solo
lentamente e fatalmente in mano ai vecchi,
anche se essi hanno le mani bucate
e sorridono umilmente come martiri satiri –
Accuso i vecchi di avere comunque vissuto,
accuso i vecchi di avere accettato la vita
(e non potevano non accettarla, ma non ci sono
vittime innocenti)1
la vita accumulandosi ha dato ciò che essa voleva –
accuso i vecchi di avere fatto la volontà della vita.
Torniamo alla Favela
dove o non si pensa nulla
o si vuole diventare messi della Città
là dove i vecchi sono filo-americani –
Tra i giovani che giocano biechi al pallone
di fronte a cucuzzoli fatati sul freddo Oceano,
chi vuole qualcosa e lo sa, è stato scelto a sorte –
inesperti di imperialismo classico
di ogni delicatezza verso il vecchio Impero da sfruttare
gli Americani dividono tra loro i fratelli superstiziosi
sempre scaldati dal loro sesso come banditi da un fuoco di sterpi –
È così per puro caso che un brasiliano è fascista e un altro sovversivo;
colui che cava gli occhi
può essere scambiato con colui a cui gli occhi sono cavati.
Joaquim non avrebbe potuto mai essere distinto da un sicario.
Perché dunque non amarlo se lo fosse stato?
Anche il sicario è al vertice della Gerarchia,
coi suoi semplici lineamenti appena sbozzati
col suo semplice occhio
senz’altra luce che quella della carne
Così in cima alla Gerarchia,
trovo l’ambiguità, il nodo inestricabile.
O Brasile, mia disgraziata patria,
votata senza scelta alla felicità,
(di tutto son padroni il denaro e la carne,
mentre tu sei così poetico)
dentro ogni tuo abitante mio concittadino,
c’è un angelo che non sa nulla,
sempre chino sul suo sesso,
e si muove, vecchio o giovane,
a prendere le armi e lottare,
indifferentemente, per il fascismo o la libertà –
Oh, Brasile, mia terra natale, dove
le vecchie lotte – bene o male già vinte –
per noi vecchi riacquistano significato –
rispondendo alla grazia di delinquenti o soldati
alla grazia brutale”.

1 Sartre.

(Trasumanar e organizzar, Pier Paolo Pasolini, Ed. Garzanti, 1971, pp 185-189)

Cláudia Tavares Alves

Sono insegnante, traduttrice e ricercatrice di Letteratura Italiana in Brasile. Scrivo sul blog Marca Páginas, dedicato alla Letteratura e agli Studi Letterari. Tra una caipirinha e un bicchiere di vino credo che la vita è ancora più bella!

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