Interviste

Alla sinistra del Cristo: Dario De Dominicis e l’umanità sospesa sulla Baia di Guanabara

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Un pescatore della Baia di Guanabara - "To the left of Christ" - © D.De Dominicis.
Residente a Rio de Janeiro da molti anni, il fotografo romano Dario De Dominicis ha realizzato un progetto straordinario dedicato alla quotidianità delle comunità di pescatori della Baia di Guanabara. Con una serie di scatti emozionanti, il suo reportage racconta speranze, problemi e lotte di chi vive tra le acque della Baia. L'ho intervistato per saperne di più.

Chi si affaccia dalla terrazza del Cristo Redentor non si trova solo davanti ad una vista assurdamente mozzafiato. È come se si ergesse su un crinale che separa due mondi. A destra la Rio de Janeiro delle cartoline e dei racconti dei turisti. A sinistra la Rio de Janeiro roots e popolare.

Sono la stessa città. A me non piacciono gli stereotipi di nessun tipo e posso dirvi che entrambe hanno pregi, difetti, risorse e difficoltà. Due facce della stessa medaglia che contribuiscono a forgiare l’anima di quel capolavoro di umanità che è la Cidade Maravilhosa.

L’ago della bilancia del benessere economico e sociale, tuttavia, tende pesantemente verso destra, verso quella Zona Sud la cui immagine di copertina sono i frangenti ondosi di Ipanema e Copacabana. Alla sinistra del Cristo, verso nord, non sono solo le tasche della gente ad essere più leggere. Anche il mare è diverso.

È quel mare che, come fosse un vecchio scalpellino, ha forgiato le forme singolari di questo pezzo di Brasile. È quel mare che, quando Gaspar de Lemos ne solcò le acque a bordo del suo veliero – primo europeo a farlo –, fece pensare a tutto l’equipaggio di trovarsi in un immenso fiume. È quel mare al cui imbocco Estácio de Sá fondò la città di Rio de Janeiro. È quel mare ignorato da chi atterra all’aeroporto Galeão, fuggendo verso altri lidi, e dimenticato dalla maggior parte dei carioca. È quella Baia di Guanabara di cui si è tanto parlato in occasione delle Olimpiadi del 2016: per ospitare le gare di vela, ai carioca e al mondo era stato promesso che le sue acque, nel frattempo non più verdi come dovevano essere apparse agli antichi esploratori ma color antracite a causa dell’inquinamento, sarebbero state depurate. La promessa non è stata mantenuta.

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Piattaforma petrolifera nella Baia di Guanabara – “To the left of Christ” – © D.De Dominicis.

Oggi, la Baia di Guanabara è un bacino sconfinato su cui si esercita la pressione di milioni di esseri umani, di industrie, porti e aeroporti, di navi da crociera e piattaforme petrolifere. Come fosse solo una grossa pozzanghera, in moltissimi non considerano più la Baia come mare. Ne hanno rimosso acque, isole e litorale dal loro repertorio di immagini legate al mare. Ma Rio è la città delle sorprese e c’è chi non lo ha fatto.

Non lo hanno fatto le locali comunità di pescatori che, ogni mattina, con le loro barchette escono per gettare le reti e tirar su di che vivere. Essi credono a queste acque. Ne sono i custodi e, forse inconsapevolmente, l’unica speranza di salvezza.

Non lo ha fatto Dario De Dominicis, fotoreporter romano, che ha deciso di spostare la propria base a Rio e che, nel suo ultimo progetto, ha fiutato il potenziale di ciò che più di tutto dovrebbe interessare il lavoro di un fotografo documentarista, l’umanità, di cui queste acque continuano, malgrado tutto, a pullulare.

Umanità. La Baia di Guanabara ne è piena. Ne è intriso il legno delle piccole imbarcazioni da pesca, ne sono bagnate le rughe di chi tiene stretti i remi e fa girare i motorini fuoribordo tra i riflessi brilluccicanti del sole, ne sono impregnate le mani di chi, accompagnato dagli aironi, raccoglie e ricicla quintali di plastica galleggiante, ne riflettono la forza gli occhi dei bambini i quali, infischiandosene dei divieti di balneazione, si tuffano e giocano su spiagge dimenticate.

È l’umanità di storie così autentiche e lontane da quelle, spesso patinate, di altre parti della città. Dario De Dominicis non ha soltanto saputo rappresentarla con le sue fotografie, ma è riuscito a stabilirci un legame e restituirle dignità, come avrebbero fatto un antropologo o un etnografo.

Chi si bagna nelle acque alla sinistra del Cristo Redentore ora ha una sguardo in più e una voce forte.

Mi sono letteralmente innamorato del lavoro di Dario, da cui è nato “To the left of Christ”. È un documentario fotografico di valore straordinario. Dopo averlo contattato e dopo esserci fatti diverse chiacchierate, è nata quest’intervista. Ci tengo moltissimo e sarei felice la leggeste: c’è tanto, veramente tanto, per capire Rio de Janeiro o per amarla ancora di più.

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Pescatore a riposo sotto la pioggia di Itaipu a Niterói – “To the left of Christ” – © D.De Dominicis.

Intervista a Dario De Dominicis, fotografo: Guanabara e la sua Rio

Partiamo innanzitutto dalla tua esperienza: come mai ti trovi a Rio?

Possiamo dire che mi trovo a Rio per amore, non di una donna ma della città stessa. È una cosa abbastanza comune: da quando vivo qui ho conosciuto centinaia di stranieri che si innamorano dell’atmosfera magica di Rio. Quello che invece mi ha sempre sorpreso è la familiarità che ho sentito con la città fin dal primo momento. A volte mi piacerebbe poter dire ciò che J.L. Borges diceva della sua Buenos Aires: “Risiedevo già qui, e poi vi sono nato”. Va bene che io sono nato a Roma, ma perché non sognare un po’ sull’entusiasmo della grande letteratura?

Qual è il tuo approccio alla fotografia e quanto si presta, Rio de Janeiro, ad essere ritratta a modo tuo?

Ho sempre prediletto i temi sociali. Sono quelli più appassionanti. Quelli che ti aiutano a comprendere meglio la complessità del mondo e che, forse, ti fanno essere una persona migliore. In questo senso, Rio per me è un’inesauribile fonte di ispirazione: storie di grande spessore umano che nascono con la stessa disinvoltura dal dramma o dalla leggerezza come nella vita reale, come in un samba. Trovo che le favelas, la periferia carioca in generale, siano profondamente pasoliniane e io sinceramente qui mi sento a casa. Non è la semplice equazione che nei posti più disperati il fotografo trova più immagini per il suo archivio, ma piuttosto la ricerca di una condizione umana che è sempre più rara. Come appunto diceva Pasolini, quando gli chiedevano il perché del suo interesse per le vite dei marginalizzati: “È in essi e nella loro miseria che la vita mantiene la sua sacralità”.

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Jorge, pescatore tra le rocce – “To the left of Christ” – © D.De Dominicis.

Quali progetti fotografici hai realizzato finora a Rio?

In questi nove anni che ho trascorso qui a Rio de Janeiro, ho seguito tantissime storie. Alcune si sono trasformate in progetti mentre altre si sono arenate per poi rimanere dentro un cassetto. Ma non è grave perché ho sempre pensato che per un fotografo i lavori mal realizzati o rimasti incompleti siano importanti tanto quanto quelli che decidiamo di mostrare al mondo. È in queste disfatte che spesso si trovano le risposte che cerchiamo perché, per capire il senso del proprio fotografare, bisogna tener conto della nostra intera produzione e non soltanto delle poche foto buone che salviamo.

Come ti è venuta in mente l’idea di raccontare la Baia di Guanabara, i suoi problemi e la sua ricchezza umana e ambientale?

Credo che ogni fotografo abbia dei momenti della propria vita professionale in cui sente il bisogno di esplorare, di vagabondare. Forse succede quando non hai tante idee o forse quando non senti una sintonia particolare con nessun tema che hai per le mani. Comunque è così che ho cominciato a frequentare la Baia di Guanabara. Ho percorso circa 40.000 km girovagando con la mia motocicletta; volevo conoscere meglio il territorio e, soprattutto, capire realmente come si vive nelle periferie carioca. Posso dire di aver percorso molta strada, in tutti i sensi.

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Bar del Cefalo, isola Jurubaiba: il proprietario lo lascia ai pescatori per riposarsi durante la settimana – “To the left of Christ” – © D.De Dominicis.

Come ti sei avvicinato alle comunità di pescatori e come hanno reagito alla tua idea?

Il mio interesse per i pescatori artigianali è cresciuto gradualmente: più tempo trascorrevo con loro e più forte diventava l’esigenza di raccontare le loro vite, la loro vicenda. Se ci pensi bene, è una delle attività umane più affascinanti, antica come la storia dell’umanità e per questo è impregnata di cultura e tradizioni. I pescatori sono persone umili, a volte povere, ma quasi sempre estremamente generose. Come tutte le persone semplici sono abituati a giudicarti più per come ti comporti che per quello che dici. Probabilmente all’inizio trovavano strana la mia costante presenza. Non perché qui non appaiano di tanto in tanto giornalisti o fotoreporter, ma perché quasi nessuno ritorna con tanta frequenza a visitarli. Alcuni di loro sono diventati veri e propri amici e, quando passa molto tempo tra una visita e l’altra, sentiamo perfino la mancanza l’uno dell’altro.

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Pescatore di granchi – “To the left of Christ” – © D.De Dominicis.

Quali problemi devono affrontare le comunità che vivono la Baia?

I problemi da affrontare sono molti. La maggior parte degli insediamenti urbani che insistono sulle rive delle Baia di Guanabara è sprovvista di un sistema di fognature. Ciò, oltre ad inquinare pesantemente acque fluviali e marine, crea anche un problema di igiene essenziale che, inevitabilmente, si ripercuote sulla salute dei residenti, portando malattie come il colera o l’epatite A. C’é poi l’inquinamento industriale che immette nell’ambiente sostanze altamente tossiche e metalli pesanti. Nel caso dei pescatori la situazione è ancora più grave, perché essi lavorano costantemente a contatto con l’acqua. Molti di loro accusano sintomi che denunciano chiaramente problemi di contaminazione, come pruriti della pelle, bruciore agli occhi e, in alcuni casi, problemi alle vie respiratorie.

La situazione è totalmente fuori controllo perché molte delle imprese già condannate dalla Legge continuano ad operare e ad inquinare illegalmente. In questa regione lo stato è quasi impotente perché esiste una collusione tra l’industria e le milizie in nome di interessi economici altissimi.

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Seu Aloisio, anziano pescatore, ha contratto una malattia respiratoria – “To the left of Christ” – © D.De Dominicis.

I portoghesi giunsero nella Baia di Guanabara, la scambiarono per un fiume e fondarono Rio. Doveva essere un paesaggio idilliaco. Cosa si prova e vedere oggi le acque della Baia?

Ancora oggi il colpo d’occhio che offre Guanabara è mozzafiato, con i profili sinuosi delle sue montagne, le piccole insenature e gli isolotti tropicali. Quando, però, lo sguardo si sofferma meglio sull’ambiente della Baia, diventa evidente quanto l’intervento umano sia stato aggressivo.

Il massiccio sviluppo industriale e l’urbanizzazione selvaggia lungo le sue rive hanno generato una pressione immensa sul territorio avviando un processo di degrado che sembra irreversibile. Bisogna ricordare che Guanabara è, in realtà, un immenso bacino idrografico formato dalla Baia e da 55 corsi d’acqua, tra fiumi e affluenti, che sfociano in essa. Nel corso dei millenni, centinaia di specie animali hanno trovato rifugio in questo braccio di mare per alimentarsi e riprodursi, dando vita a un ecosistema straordinario che ormai appare seriamente minacciato.

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Carlos, pescatore della favela di Parque Uniāo (Complêxo da Maré), non vive più solo con la pesca ed è costretto a raccogliere e rivendere la plastica – “To the left of Christ” – © D.De Dominicis.

Quali ostacoli hai dovuto superare per intraprendere questo progetto?

Il problema principale, quando si affrontano dei lavori in cui si vuole andare in profondità, è quasi sempre lo stesso. Devi guadagnarti la stima e la fiducia delle persone che stai fotografando, affinché esse ti lascino entrare nelle loro vite senza perdere quella naturalezza e spontaneità, indispensabili per noi fotografi.

Il tempo, tuttavia, è sempre un grande alleato e tanto più ti fai vedere da quelle parti, tanto più rimani impresso nella loro memoria. In molti posti mi hanno soprannominato “o cabeludo”, il capellone, a causa dei miei lunghi capelli bianchi. Era un gioco ma, in realtà, è un bene che quando ti muovi in queste aree tu sia facilmente identificabile. Non mi riferisco, ovviamente, ai pescatori ma alla questione dei narcotrafficanti: tutto il territorio in cui i pescatori vivono e lavorano è in mano alle fazioni del narcotraffico che, spesso, sono in lotta tra loro. L’accesso alle colonie di pesca e ai punti di approdo usati dai pescatori non è impossibile ma è pur sempre una questione delicata. Per molto tempo ho visitato le comunità con la mia moto: si tratta solo di conoscere alcune regole basiche come, ad esempio, togliersi il casco quando stai entrando in una favela. Altrimenti ci puoi arrivare in maniera più anonima: a piedi o su uno dei tanti mototaxi che trasportano i residenti nelle stradine contorte delle comunità.

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Reti da pesca – “To the left of Christ” – © D.De Dominicis.

Cosa si prova ad “immergersi” nella realtà della Baia mentre accanto milioni di persone corrono da un punto all’altro della città e i turisti scattano selfie sotto il Cristo Redentor?

Mentre faccio le mie fotografie non penso molto ai turisti e ai loro selfie. Bisogna dire che spesso, però, quando fotografo la Baia, provo un grande senso di soddisfazione. È qualcosa di molto intimo perché è come se stessi in un’altra città rispetto ai nostri cari turisti. La Rio de Janeiro che ho scoperto grazie al mio lavoro sui pescatori è una città ancora più bella di quella che conoscono i visitatori di passaggio. È un luogo che mette insieme i panorami eccezionali e la grande umanità di cui i carioca sono capaci. È un territorio dove tutto è possibile, come in letteratura.

In questi anni vissuti qui mi é capitato di rileggere in portoghese “Le Città Invisibili” di Italo Calvino e, con mia grande sorpresa, ho trovato una definizione straordinaria che sembra fatta su misura per Rio: “Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città infelici o tra quelle felici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare le città o ne sono cancellati”.

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Mani e pesce – “To the left of Christ” – © D.De Dominicis.

Hai già in mente nuovi progetti dedicati a Rio?

In realtà ci sono ancora tantissime cose che voglio fotografare e raccontare. In questa fase specifica sono attratto dalle storie che parlano di inclusione sociale. Mentre la società civile brasiliana mostra la sua faccia più brutta, quella dell’intolleranza razziale e di genere e dell’estremismo politico, sto tentando di dedicarmi a storie che raccontino aspetti positivi. In particolare sto seguendo due vicende.

La prima é la campagna elettorale di una giovane ragazza di colore che si é candidata per il parlamento brasiliano. Candidarsi è una scelta che diverse donne hanno fatto in risposta all’omicidio della consigliera comunale Marielle Franco, assassinata brutalmente qui a Rio il 14 marzo di quest’anno. L’altra è la storia di un violinista di colore, nato in una delle favelas carioca che, grazie all’amore per la musica, ha realizzato i suoi sogni.

Forse questo mio attuale interesse per le storie positive non è solo una reazione a quanto sta succedendo in Brasile ma segue anche il filo di una necessità interiore. Ossia ritrovare un po’ di speranza in una società alla deriva, dove regnano individualismo e indifferenza e dove gli individui sentono sempre di meno i vincoli con il prossimo. Direi che queste storie di riscatto sono come delle pietre scagliate contro la nostra “società liquida”.

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Paulinho, 11 anni, di Jurubaiba, zona piena di infrastrutture petrolifere – “To the left of Christ” – © D.De Dominicis.

Hai realizzato reportage anche in altre zone del Brasile?

Certamente sì. Sono stato diverse volte in Amazzonia per seguire la vicenda di Belo Monte, un’immensa diga costruita sul fiume Xingu, proprio nel cuore della foresta pluviale. Altro stato che ho visitato con frequenza è il Ceará, soprattutto per fotografare il pellegrinaggio dedicato alla figura di San Francesco d’Assisi che tutti gli anni si celebra ad ottobre. Poi c’è Bahia, uno dei miei stati brasiliani preferiti. Lì ho fotografato qualche volta per conto di giornali e, più frequentemente, per me stesso. Per un periodo, ho anche organizzato dei workshop fotografici tra Salvador e il Recôncavo Baiano. Questo mi ha permesso di apprezzare fino in fondo la bellezza e la ricchezza culturale di questa terra.

Raccontaci di una persona o un episodio che ti hanno emozionato particolarmente durante i tuoi lavori in Brasile.

È difficile identificare un episodio o un incontro tra le tante cose belle che mi sono successe qui in Brasile. C’è una storia, però, che è abbastanza sconosciuta e ha realmente lasciato il segno. Nel 2012 e 2013, mi avevano chiamato per illustrare un libro intitolato “I soldati della gomma”. Si tratta della storia di coloro che sono sopravvissuti tra i 55.000 brasiliani che, durante la Seconda guerra mondiale, vennero arruolati per raccogliere lattice in Amazzonia. È una storia tristissima perché questi vecchietti sono stati ingannati dal proprio paese per ben due volte. La prima nel ’42, quando furono spediti nella foresta amazzonica con la promessa di grandi guadagni e di essere riportati a casa alla fine della guerra. In realtà, per un perverso sistema economico ideato dai ricchi proprietari della gomma, questi uomini hanno vissuto in regime di schiavitù non riuscendo, per anni, a riscattare la propria libertà. Vivevano talmente isolati nella foresta – e qui siamo al secondo inganno – che alcuni di loro hanno saputo della fine della guerra solo qualche tempo dopo. Il dato impressionante è che degli oltre 25.000 soldati brasiliani spediti in Europa per combattere durante la Seconda guerra mondiale, ne sono morti 457. Mentre dei 55.000 arruolati per l’Amazzonia, ne sono morti più della metà.

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I pescatori protestano prima delle Olimpiadi. – “To the left of Christ” – © D.De Dominicis.

Cosa consiglieresti a chi muove i primi passi nella fotografia e decide di realizzare un progetto nelle favelas di Rio?

Credo che la base di ogni buon lavoro fotografico passi per la quantità di tempo che il fotografo spende con i propri soggetti. Questa regola vale in assoluto, indipendentemente dal livello fotografico o dal talento di ognuno. Il consiglio che mi sento di dare è di cercare di lavorare su un tema o su una storia specifica. È il modo migliore per far crescere rapidamente il proprio sguardo fotografico e per cominciare ad affrontare le difficoltà di costruire una storia con le immagini.

Come evitare, quando si scatta una foto, di alimentare gli stereotipi che circondano Rio de Janeiro?

Beh, se avessi una risposta certa scatterei solo buone fotografie e purtroppo non è così. Direi che innanzitutto serve da parte nostra una volontà sincera e irremovibile di allontanasi dai cliché. Se cominci a intenerirti con le tue immagini solo per la bellezza di un paesaggio o perché hai ritratto una scena un po’ esotica, allora siamo nei guai. Oltre alla volontà, ovviamente, serve anche avere metodo e una buona cultura fotografica. Ad esempio, prima di fotografare a Rio, si eviterebbero più facilmente gli stereotipi se si conoscesse a fondo la produzione fotografica già esistente sulla città.

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Aironi e altri uccelli competono per i resti di pesce – “To the left of Christ” – © D.De Dominicis.

 

Simone Apollo

Sono appassionato di Rio de Janeiro e di Brasile. Sociologo, esperto di America latina, innovazione sociale, favelas e comunicazione. Inventore di DentroRiodejaneiro, l'unico blog italiano dedicato a Rio de Janeiro (e non solo).

2 commenti

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  • Articolo ben scritto (ormai raro) e di contenuto interessante e significativo. Le foto di Dario, anche se è un luogo comune scriverlo, si descrivono da sole. Conoscendolo, conosco anche la sua grande umanità e la sua “indispensabile” linfa fotografica. Complimenti a tutti e due… E a Rio, che purtroppo non ho mai visto.

    • Ti ringrazio molto, Umberto e concordo totalmente: le foto di Dario, oltre a rendere perfettamente l’idea del luogo, parlano più di un milione di parole. Rio è una città che ti auguro di conoscere perché è stimolante e ricca di risorse (ancor di più per chi fa il vostro lavoro). Abraço

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