Rio attuale

Marielle Franco: “Io sono perché noi siamo”

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Marielle Franco presente.
Alcune riflessioni dopo la scomparsa di Marielle Franco, consigliera municipale e attivista per i diritti umani in una Rio de Janeiro in cui la violenza continua a mietere vittime.

Quando ho aperto DentroRiodejaneiro la mia idea (con tutti i suoi limiti) era quella di parlare di questa città, da me così amata, cercando di andare oltre gli stereotipi del calcio, della samba (non del samba) e delle belle donne in bichini. Volevo mostrare le cose sorprendenti che Rio possiede, raccontarne la cultura e mostrarne anche la complessità sociale con tutti i problemi che si porta appresso.

Nelle reti sociali non parlo mai di temi legati alla politica o di questioni che possono toccare la sensibilità altrui. È una mia scelta. Credo si tratti di cose troppo importanti per essere lasciate in balia degli algoritmi di aziende che puntano a massimizzare i profitti tenendoti incollato allo schermo. Un qualcosa che, per come la vedo io, non va miscelato nell’amplificatore di negatività dei social, in cui tutti pensano di saperne più dell’altro ma in realtà nessuno sa quasi mai nulla (Umberto Eco docet) e, dopo lunghi scambi, ha la meglio chi riesce ad insultare con più forza. Sarò antico, forse, ma a vincere, secondo me, è sempre l’algoritmo. Molto meglio la piazza, molto meglio guardarsi negli occhi tra una birra e un bicchiere di vino.

Questa volta però non si può tacere.

Mi riferisco al brutale assassinio di Marielle Franco, notizia che sta girando il mondo. Donna, carioca, persona che ha dedicato la vita a sua figlia e ai poveri di Rio de Janeiro, provando a difenderne i diritti quotidianamente oltraggiati. Alle ultime elezioni amministrative, Marielle era stata eletta nel Consiglio Municipale di Rio. Era stata la quinta vereadora (consigliera) più votata dalla gente. Un successo. Faceva parte di un partito politico che non ha registrato casi di corruzione. Era nata in favela, in quel Complexo da Maré che, quando dall’aeroporto Galeão vanno verso la zona sud, molti fanno finta di non vedere, anche se ci vivono decine di migliaia di persone. Era nera, Marielle. Più di tutto, era una testa pensante.

Sono bastati pochi colpi codardi per porre fine alla sua vita e a quella di Anderson Pedro Gomes, che guidava l’automobile. Marielle stava rientrando da una riunione in cui si discuteva di diritti delle donne nere. Se cercate sul Web, potete trovare il discorso che aveva appena tenuto. Si trovava nel centro della città. La sua voce e il suo sorriso non ci sono più. Le sue idee e le sue lotte devono, per forza, continuare.

Ci saranno delle indagini e usciranno fuori dei colpevoli. Chissà. Di fatto, Marielle aveva da poco denunciato in modo accorato le gravissime violazioni dei diritti umani che si stanno verificando nella zona di Acari, un pezzo di quella Rio de Janeiro che non vedrete mai. Come da sempre accade, la guerra tra polizia e narcotrafficanti miete vittime tra gli abitanti delle favelas. Vittime che nulla hanno a che vedere con questa guerra e che, quasi sempre, hanno la pelle nera e sono povere.

Non voglio aggiungere altro. Mi faccio delle domande, però.

Che città è, quella in cui almeno una persona su cinque vive in situazione di marginalità sociale? Che città è, quella in cui tutti sono vulnerabili ma, se i pigmenti della tua pelle sono più scuri o se nasci sotto a un tetto di zinco, hai più possibilità di trovarti una pallottola ficcata nel corpo? Che città è, quella in cui si vive segregati e ognuno rimane chiuso nel suo mondo e barricato dietro le proprie convinzioni? Che città è, quella dove invece di fare massicci investimenti nell’educazione, nelle infrastrutture, anche le più semplici, e nella tutela della dignità delle persone, si pensa di risolvere i problemi inviando soldati? Che città è, quella in cui ci sono tutti questi assalti e omicidi? Che società è, quella in cui c’è chi esulta per la morte di una giovane donna come fosse una vittoria politica? Che società è, quella in cui, per molti, i diritti umani non sono il sale del progresso ma solo uno sfizio o un qualcosa che ci si può anche permettere di non sapere affatto cosa sia? Che società è, quella in cui non si è capaci di godersi la bellezza del mondo senza finanziare il traffico di droga?

Qualche anno fa la sociologa Maria Alice Rezende de Carvalho definiva i luoghi di questo tipo con il termine “città scarsa” una città, cioè, dove la mancanza di spazi pubblici veramente condivisi, la capacità limitata delle istituzioni e della società di universalizzare regole e valori e la partecipazione limitata alla vita pubblica, aumentano le diseguaglianze e generano frammentazione. Forse è già da tempo che Rio de Janeiro non è più scarsa. Parlando con molti amici carioca, pare anzi si stia esaurendo lentamente.

Marielle è una di quelle figure che non solo resiste ma prova a fare di Rio de Janeiro una “città abbondante” per tutti. Abbondante delle cose che contano. Come il suo sorriso.

Simone Apollo

Sono appassionato di Rio de Janeiro e di Brasile. Sociologo, esperto di America latina, innovazione sociale, favelas e comunicazione. Inventore di DentroRiodejaneiro, l'unico blog italiano dedicato a Rio de Janeiro (e non solo).

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