Note carioca

João Bosco e Praça Onze: anima africana di Rio de Janeiro

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Da África à Sapucaí - João Bosco (1986).

[highlight style=’smoke’]João Bosco è autore del brano che meglio racconta la presenza africana a Rio de Janeiro, “Da África à Sapucaí”, emozionante samba che colpisce per capacità evocativa e raffinatezza.[/highlight]

[dropcap style=’circle’]I[/dropcap]l 13 maggio 1888 nella piazza del mercato di Santo Amaro si celebrava la fine della schiavitù. Così canta Caetano Veloso in una sua canzone che celebra quella data neanche troppo lontana in cui si emanava la cosiddetta Lei Áurea, l’atto legislativo che in Brasile decretò la libertà anche per i negros.

Ha un nome bello, quella legge, almeno quanto la sua valenza morale: áurea, d’oro, di molto valore. Ancora oggi, in Brasile, il 13 di maggio è giorno di festa.

Ma la canzone che vogliamo raccontare è di altro tenore. Racconta un’altra storia, più triste, meno dorata eppure ricca di fascino ed evocazione, forse perché richiama alla memoria l’origine di un pezzo importante della storia e della cultura di Rio de Janeiro.

È una storia antica, iniziata tra le terre calde, sicure e accoglienti di mamma Africa. Una storia che parla di velieri che dalle coste di Angola, Mozambico e Guinea Bissau partivano cariche di merce umana. Una volta incrociate le onde gelide dell’oceano e approdate sulle sponde di una terra sconosciuta e ostile, i bastimenti portoghesi avrebbero lasciato il loro carico di braccia a disposizione dell’agricoltura e dei fazendeiros, per poi ripartire e ripetere il macabro rituale.

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Da África à Sapucaí – João Bosco (1986).

È una storia che parla di schiavitù e di uomini dalla pelle nera, quella raccontata da João Bosco in una canzone che è un capolavoro poco conosciuto e si chiama “Da África à Sapucaí”. È una Rio de Janeiro diversa, più scura e meno libera quella dipinta da João Bosco. È il 1986 quando Bosco insieme ad Aldir Blanc scrive questo samba estremamente raffinato contenuto nell’album “Cabeça de nego”.

Idealmente il brano è la continuazione della triste storia della schiavitù degli africani in Brasile e catapulta l’ascoltatore in una Praça Onze quasi ancestrale. È un’antica piazza di Rio de Janeiro, tra il centro della città e la zona portuale, nata con l’edificazione di quella Cidade Nova voluta dalla famiglia reale e successivamente battezzata così per commemorare l’11 di giugno del 1865, data in cui il Brasile vinse la Guerra del Paraguay.

Con la fine della schiavitù in Brasile e l’avvento del nuovo secolo, la zona venne popolata da molti immigrati di ogni origine e la Praça Onze divenne il fulcro multiculturale di Rio de Janeiro: neri provenienti da Bahia, ebrei di ogni dove, italiani e tanti altri emigrati dall’Europa in cerca di fortuna. Erano soprattutto gli afro-brasiliani però a popolare Praça Onze e le vie che le ruotavano attorno.

La piazza era il luogo di ritrovo di moltissimi neri, che nel frattempo e dopo secoli di soprusi erano diventati brasiliani. Dopo quella che forse è stata la più importante forma di sincretismo culturale e religioso che la storia ricordi, i protagonisti di questa storia pregavano Nossa Senhora e São Benedito, visto come il protettore degli schiavi.

“Meu São Benedito,
tô nessa procissão.
Ó Senhora do Rosário,
vê meu calvário e minha aflição”.

I neri, discendenti degli schiavi deportati dall’Africa e arrivati in molti casi da Bahia, si stavano trasformando in carioca e stavano sviluppando una cultura che, nella musica, ebbe la massima espressione nel samba. Sì, perché il samba è nato proprio qui, a Praça Onze. Artisti e musicisti riuniti nella mitica casa da Tia Ciata, suonarono e composero le prime note di un movimento musicale che avrebbe in seguito fatto cantare, ballare e sognare milioni di persone in ogni continente.

Qui nacque, sotto la spinta repressiva delle forze dell’ordine, la prima scuola di samba, la Deixa Falar, che prese la denominazione di gruppo ricreativo per caratterizzarsi come ente educativo (anche se in realtà non lo era, almeno inizialmente). Dall’esperienza e dalle future divisioni della Deixa Falar nacquero le regine del samba ancora oggi protagoniste del Carnevale e della scena culturale carioca: Estácio de Sá, Mangueira e Portela.

“Lá da Praça Onze à Sapucaí,
do Deixa Falar do Estácio ao Bafo do Catumbi”.

Qui vicino nacque la prima favela che il Brasile ricordi, il Morro da Providência e lo stesso João Bosco ricorda quanto nel variegato ambiente urbano delle favelas di Rio il samba avrebbe proliferato.

Negli anni Trenta del XX secolo Praça Onze sarebbe stata enormemente ridotta in seguito alle riforme urbanistiche volute da Getúlio Vargas che portarono alla costruzione dell’omonima arteria stradale che collega il centro di Rio de Janeiro con il cuore della zona nord. Per realizzare la strada vennero demoliti centinaia di edifici e la piazza fu interessata direttamente.

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Da África à Sapucaí: racconto per immagini.

João Bosco canta l’eredità africana di Piazza Onze

Forse Praça Onze avrà perso importanza dal punto di vista urbanistico ma i segni di un luogo dove è passata la storia di una città e di un intero paese (come sapientemente e poeticamente cantato da João Bosco) ci sono tuttóra. Oltre ad ospitare una stazione della metropolitana, il luogo è ritrovo di eventi culturali e ospita il grande Terreirão do samba, dove si tengono concerti e rodas de samba. La statua di Zumbi dos Palmares, eroe nero che nel Seicento guidò la rivolta degli schiavi nel Quilombo dos Palmares (in Alagoas), vigila su Rio, eretta in quello che era un angolo dell’antica Praça Onze.

Più di tutto, però, a testimoniare la forza di quel brodo primordiale della cultura brasiliana che ruotò intorno a Praça Onze c’è l’Avenida Marquês de Sapucaí, viale dove ha sede la Passarela Professor Darcy Ribeiro meglio nota come Sambódromo: ogni anno il rito magico che porta persone da ogni parte del mondo ad ammirare la grandezza delle scuole di samba di Rio de Janeiro, si ripete e fa vibrare il mito africano che trovò casa a Praça Onze.

Nel momento in cui João Bosco compone “Da África à Sapucaí” sono passati quasi cento anni da quando in Brasile la schiavitù è stata abolita. Eppure, lo abbiamo detto, l’argomento rimane vivo nel cuore dei brasiliani, nelle loro menti, nei loro racconti. Dopotutto la cultura africana la si assapora in ogni pezzo di Brasile, dalla lingua al samba, dalla capoeira al Carnevale. Non c’è da stupirsi, allora, se una dupla di fuoriclasse come quella composta da João Bosco e Aldir Blanc un giorno abbia sentito il bisogno di raccontare una storia che tutti conoscono perché non si perda nell’oblio degli anni.

“Da África à Sapucaí” non è nient’altro che la necessità di raccontare l’orgoglio nero attraverso il prodotto, musicalmente parlando, di tale orgoglio, il samba.

Un samba triste, amaro, eppure pieno di speranza e di voglia di riscatto sociale: ascoltando il brano sembra di vederli, quegli uomini ridotti in schiavitù e strappati dal grembo di mamma Africa. La terra ostile è dall’altro lato dell’oceano ma un giorno arriverà una Praça Onze a restituire dignità. Sembra di sentire i loro pianti e le loro grida, che si trasformeranno in samba immortali.

Ora godetevi “Da África à Sapucaí” in questa interpretazione dal vivo di João Bosco insieme a Nicolas Krassik.

João Bosco e Praça Onze: anima africana di Rio de Janeiro ultima modifica: 2014-07-17T13:33:48+00:00 da Pietro Scaramuzzo

Pietro Scaramuzzo

Tra i più autorevoli esperti di musica brasiliana in Italia. È il fondatore di Na Boca do Povo, progetto culturale per la diffusione della musica e della cultura brasiliana.

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