Note carioca

L’apologia del malandro di Bezerra da Silva: “A fumaça já subiu pra cuca”

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A fumaça já subiu pra cuca - Bezerra da Silva
[highlight style=’smoke’]Tipicamente carioca il personaggio del malandro è stato più volte ritratto e cantato da Bezerra da Silva: ecco il racconto di un samba bellissimo “A fumaça já subiu pra cuca”.[/highlight] [dropcap style=’circle’]I[/dropcap]l panama come copricapo, pantaloni comodi, scarpe bianche con rifiniture nere, una canottiera e aria da spavaldo. È quello che i brasiliani chiamano malandro.

Lo si riconosce a metri di distanza, con la sua camminata sicura e lo sguardo beffardo. Non ha lavoro il malandro o, meglio, ne ha tanti ma elencarli costerebbe troppa fatica. L’arte della malandragem li riassume tutti. Piccoli furti, contrabbando: la malandragem è elogio del saper vivere, perché il malandro vive solo di espedienti. Pochi, per la verità, ma sufficienti a condurre una vita agiata fatta di belle donne e di samba.

Dopotutto il malandro sta al samba come Rio de Janeiro sta al Cristo Redentor ed è così che molti autori lo hanno raccontato nelle sue mille sfaccettature.

Nel 1933 Sílvio Caldas registrava “Lenço no Pescoço”, brano diventato poi l’inno dei malandros brasileiros. Più tardi lo stesso Chico Buarque racconterà la malandragem nell’Ópera do Malandro, mentre in letteratura Jorge Amado parlerà dell’anti-eroe brasiliano per eccellenza nei racconti Pastores da Noite.

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A fumaça já subiu pra cuca – Bezerra da Silva

José Bezerra da Silva, pernambucano classe 1927, si aggiunge alla lunga schiera di autori che di malandragem hanno parlato potendo raccontare la vita del bon vivant con dovizia di particolari, non solo per la sua bravura compositiva, la sua verve poetica e la sua immensa ars musicalis, ma anche, e sopratutto, per il fatto che lui stesso era un malandro. La vita di Bezerra da Silva, emigrato a Rio a 15 anni quando si stabilì nel Morro do Cantagalo, è stata infatti segnata da innumerevoli arresti per piccoli crimini che, ovviamente, hanno influenzato il suo modo di fare musica.

Una canzone emblematica, in questo senso, è “A Fumaça já subiu pra cuca”, un’apologia del malandro estremamente raffinata in cui la poesia si arricchisce del lessico solitamente consono ad un’aula di tribunale.

Nel brano, incluso nella raccolta del 2003 “Meu bom Juíz” e composto dalla coppia Adelzonilton e Tadeu do Cavaco (musicisti del popolo: Bezerra ha cantato molti pezzi scritti da artisti delle favelas sconosciuti ai più), si racconta l’intera sequenza dell’intervento della polizia, dell’arresto e della difesa. La scena, infatti, inizia quando qualcuno chiama il 190 (equivalente del 113 in Italia):

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“A fumaça já subiu pra cuca” – racconto per immagini.

“Porque um safado de antena ligada ligou 190 para aparecer”.

Così arriva la polizia col suo fare violento:

“Os federais queriam o bagulho e sentou a mamona na rapaziada”.

Il malandro si difende con astuzia:

“Se não tiver a prova do flagrante nos autos do inquérito fica sem efeito”.

C’è poi il giudice (homem da capa preta), che potrebbe decretare l’innocenza del malandro perché non ci sono prove sufficienti.

Dal brano emergono i sentimenti di rabbia e disapprovazione di Bezerra da Silva verso le forze dell’ordine e una presa di parte in difesa del malandro, il quale non viene certo definito innocente ma che, giocando con un cavillo giudiziario, vuole essere lasciato in pace perché non colto in flagrante. Dopotutto, “a fumaça já subiu pra cuca” (cuca è un modo informale per dire “testa” o “cervello”) e dell’incendio non c’è più traccia.

Molte canzoni di Bezerra da Silva, da molti definito “ambasciatore e voce delle favelas”, hanno cantato le ingiustizie commesse ai danni dei carioca più poveri. Malandros o no, i suoi brani sono lo specchio di una società spaccata e sono cantate da altri grandi artisti come Marcelo D2.

Pietro Scaramuzzo

Tra i più autorevoli esperti di musica brasiliana in Italia. È il fondatore di Na Boca do Povo, progetto culturale per la diffusione della musica e della cultura brasiliana.

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