Prima di andare a Rio

La sensazione che si prova ogni volta prima di andare a Rio de Janeiro è di quelle che ti rimette in sintonia con il mondo e vorremmo provare ogni giorno della nostra vita.

Prima di andare a Rio sembra quasi che non ci vuoi andare. Sì, la città è meravigliosa, ma quel viaggio lungo, quelle ore di sonno perse, quel caos da metropoli tropicale. Meglio starsene comodi a casa. Meglio non interferire con quella zona di comfort spesso faticosamente stabilizzatasi dopo mesi di lavoro.

Eppure si decide di partire. E quando si è in procinto di acquistare un passaggio in aereo con su scritto “Rio de Janeiro/GIG” le sensazioni iniziano inesorabilmente a giocare a tressette fra loro: che gioco faccio? Continuo a bastoni o esco a denari? Quell’asso che pesa tanto me lo tengo stretto o provo a usarlo?

Annusare il rischio di un viaggio, soprattutto verso la nostra amata Rio de Janeiro, è un po’ come una partita a carte di quelle tese: alla fine l’importante è giocare e se abbiamo la fortuna di avere un asso a disposizione, farlo fruttare al meglio.

Così decidiamo di partire. E una volta che la partenza è stabilita si inizia a sognare, a gustare l’idea di incontrare il nuovo o di ritrovare le cose conosciute in passato, che poi è come riscoprirle una seconda volta.

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Prima di andare a Rio.

Nel caso di Rio, si chiudono gli occhi e si immagina un taxi che dall’aeroporto corre lungo la Linha Vermelha, costeggia la Guanabara, sfreccia accanto alla Maré, raccoglie la benedizione della chiesa di Penha e del Cristo Redentor fino ad arrivare nei pressi dell’oceano. Si assapora il gusto di quel queijo in spiaggia, la melodia dei venditori ambulanti, il fragore di onde che sembrano sempre più alte. Si sogna quel verde che non solo pare esistere solo a queste latitudini ma addirittura unicamente tra i palazzi di Rio. Ci si immerge, come in un’apnea o in una qualche forma di meditazione, nei suoni e nel ritmo di una città che sembra essere nata per donare energia.

Rio è così e il viaggio inizia prima di andarci.

Ma alla fine, poi, il viaggio è dentro di noi e la scelta di uscire dalle quattro pareti in cui spesso congeliamo la nostra vita, significa già essersi imbarcati. Che vita sarebbe senza rischi? Senza la capacità di disegnare un mondo diverso o di immaginarsi in un altro luogo, con altri vestiti, con nuovi interessi, sentendo parlare una lingua lontana dalla nostra?

Ebbene, non so a voi che effetto faccia, ma prima di andare a Rio io mi sento in gioco. La partita è di quelle importanti: significa prendermi il mio tempo e diventare un esploratore. Le carte che ho non saranno perfette ma so che con quelle posso comunque far bene a me e a chi incontro lungo il cammino.

Prima di andare a Rio, prima di iniziare un lungo viaggio ovunque nel mondo o dentro di noi, ridiventiamo padroni del nostro tempo, un po’ come quando eravamo bambini: siamo ricettivi, positivi e aperti alla vita. La sfida vera sarà poi mantenere quest’equilibrio ogni giorno dell’anno: questo sì.

La decisione è presa, i dadi lanciati, il fosso è saltato: si aprono le danze e chi vuol ballare ha la pista a disposizione.

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