Intervista a Chiara di Love the Shoot: 6 mesi di volontariato a Rio

Intervista a Chiara Cerri, fondatrice del blog di viaggi e fotografia Love the Shoot, dopo sei mesi di volontariato a Rio de Janeiro

Oggi vi presento una blogger di quelle toste che meritano di essere seguite. Lei si chiama Chiara Cerri e il suo blog Love the Shoot parla di viaggi e fotografia. Lo fa con un taglio che a me piace molto. Mai banale e spesso ironica, Chiara racconta i suoi viaggi in chiave reportage ed essendo fotografa, correda i sui testi con splendide immagini.

Un blog, quello di Chiara, che sa ispirare chi lo legge, poiché chi lo scrive dimostra di esserlo altrettanto. Un blog che vive di esperienze e storie che vanno anche fuori dal comune rispetto a tanti altri travel blog italiani.

Ok, ma voi vi chiederete perché vi parlo di Chiara e del suo blog. Ve ne parlo perché tra le avventure narrate su Love the Shoot ci sono sei mesi vissuti a Rio de Janeiro e questo non poteva non attirare l’attenzione di DentroRiodejaneiro. Mettiamoci poi che sono stati sei mesi in favela facendo volontariato…

Ho avuto il piacere di incontrare Chiara e di realizzare un’intervista che secondo me offre spunti molto interessanti per chi vuole avvicinarsi a Rio de Janeiro e per i tanti che ci scrivono chiedendoci informazioni sul volontariato nelle favelas.

Ringrazio Chiara e vi auguro una buona lettura.

Chiara e l'alba sul Morro Dois Irmãos.

Chiara e l’alba sul Morro Dois Irmãos.

Intervista a Chiara Cerri di Love the Shoot

Ciao Chiara, raccontaci qualcosa di te in poche righe.

In poche righe è difficile, ma ci provo. Sono principalmente una curiosa a cui piace mettersi al servizio di molte cose. La fotografia e soprattutto la scrittura sono le arti che amo di più. Dopo la laurea ho i iniziato a lavorare come fotografa freelance. Quello che da sempre mi interessa della fotografia sono le storie, ovvero il fotogiornalismo. In particolare sono interessata ai progetti sociali a cui ultimamente sto cominciando a dedicarmi.

Come è nato il tuo blog?

È buffo perché io sono una schizofrenica del blogging, dato che apro e chiudo blog da anni (pensa che il mio primo blog era su Splinder!). Questo blog è nato quando ero in Brasile. Avevo bisogno di un diario virtuale dove annotare l’esperienza che stavo facendo e condividerla. Con i mesi poi è mutato e forse più avanti prenderà una piega diversa, ma quello che mi stupisce è che ancora sia in vita da più di un anno!

Perché hai deciso di viaggiare in Brasile?

Se ti devo dire la verità non c’è un perché. Ho comprato un biglietto per Rio de Janeiro a due settimane dalla partenza, non conoscevo niente del Brasile, non parlavo portoghese, non avevo contatti e non ero mai stata in Sud America. Avevo voglia di vivere un’esperienza forte e sentivo che lì l’avrei trovata.

Che tipo di esperienza hai fatto a Rio de Janeiro?

Sono partita che ero in contatto con una Ong presso la quale avrei fatto la volontaria in una favela e poi avrei voluto viaggiare per il Brasile. Le prime due settimane sono state di assestamento. Ho trovato un alloggio a Vidigal una delle favelas più turistiche di Rio, ho esplorato la città da sola, imparato a destreggiarmi con gli autobus, cercato infilarmi un po’di portoghese nelle orecchie.

Poi mi sono spostata a Rocinha ed è cominciata la vera avventura. Qui ho iniziato a fare da volontaria per una Ong che fornisce progetti educativi attraverso una scuola e non mi sono più mossa di lì. Sono rimasta quasi sei mesi.

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Scorcio a Rocinha (foto di Chiara Cerri).

Cosa vuol dire vivere in favela per chi non ci è nato?

Ogni favela è diversa. Alcune vivono situazioni più complicate di altre. In realtà nel momento in cui chiamo Rocinha “favela”, mi fa una sensazione strana, ma questo perché si è creato un legame affettivo con il luogo. Per me è una città dentro una città, piena di empatia ed energia. Al suo interno però ci sono problematiche serie, come le continue lotte tra polizia e narcotraffico, la mancanza di acqua e di un sistema fognario, la precarietà della situazione sanitaria ed educativa. Viverci dentro vuol dire lasciare a casa i pregiudizi.

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Chiara con i bimbi a Rocinha.

Consiglieresti un’esperienza di volontariato in favela? Per quali ragioni?

Certo. La consiglio a chi si vuole mettere alla prova, a chi vuole scoprire qualcosa di nuovo di se stesso. Quando giri per le strade, disgusto e attrazione si mischiano insieme: l’odore del churrasco e di spazzatura diventano una cosa unica, quando piove le strade si allagano di acqua e melma, c’è traffico, in certi quartieri alle otto di mattina (e dico otto) parte il funk a volume altissimo. Poi ci sono i sorrisi dei bambini, il calore della gente, la sensazione che trovandoti in quel posto stai dando un senso ad un piccolo pezzo della tua vita.

Raccontaci un episodio cui sei particolarmente legata.

Sono tanti. Alcuni dolci, alcuni crudi. Sono particolarmente legata ai ricordi dei bambini e tutti i momenti passati con loro e alla loro energia saggia. Salire sulla montagna Dois Irmãos alle tre di notte al buio e vedere l’alba su Rio è uno spettacolo che non mi scorderò mai.

Molti sono interessati alle favelas come oggetto per realizzare reportage fotografici. Tu che ti occupi di fotografia, che consigli daresti al riguardo?

Credo che dentro quell’agglomerato di case ci siano tante possibili storie da raccontare che siano di ispirazione per progetti fotografici e documentari. Io ne ero affascinata, ma avevo anche un senso di timore e rispetto che a volte mi impediva di fotografare. Ho visto tanti arrivare, farsi un giro dalla mattina alla sera e fare foto come in uno zoo. Quindi darei il consiglio che ho dato a me stessa: prima vivici come se fosse casa tua e poi, se trovi spunti per una storia, tornaci.

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Favelas a Rio de Janeiro (foto: Chiara Cerri).

Nel panorama dei blog di viaggi italiani si parla pochissimo di Brasile. Perché secondo te?

Perché è una meta difficile, il Brasile è enorme. Inoltre, non è del tutto economico rispetto ad altri paesi del Sud America e la situazione sicurezza può spaventare molto. Conosco pochi viaggiatori zaino in spalla che hanno viaggiato da soli in Brasile, soprattutto donne.

Per favore, dicci 3 cose che ti sono piaciute e 3 cose che non ti sono piaciute di Rio.

Cose che mi sono piaciute:

1) Dal punto di vista urbanistico Rio de Janeiro è la città più bella che abbia mai visto: se la guardi dall’alto vedi mare, montagne, colline verdi e agglomerati di case in salita, stupenda!

2) È un continuo allenarsi di gente che corre, pattina, fa surf e ogni tanto la vedi che si esercita alle postazioni attrezzate per fare palestra all’aria aperta. Mi è piaciuto molto questo amore per lo sport e la forma fisica.

3) L’arte: fotografia, street-art, arte contemporanea, teatro di strada… Ho scoperto che c’è molto interesse per l’arte in generale.

Cose che non mi sono piaciute:

1) Poche persone parlano inglese, soprattutto nei negozi e supermercati.

2) La situazione traffico e trasporti nell’ora di punta è invivibile.

3) C’è un divario enorme tra ricchi e poveri, tra chi vive fuori e chi vive dentro le comunità e tanta ignoranza nei confronti di queste ultime.

Cosa ti ha insegnato Rio de Janeiro?

Mi ha insegnato a badare a me stessa, a non avere paura, a fidarmi della gente, che c’è differenza tra i fuochi d’artificio e gli spari, che i bambini brasiliani sono tra i più tosti e saggi mai incontrati, che si può essere felici in una casa con due stanze e un materasso per terra. Che l’importante sono la musica e le persone.

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