Esperienze carioca

Scoprire Gamboa e la memoria dei Pretos Novos

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La zona portuale di Rio de Janeiro nel XIX secolo in una foto di Marc Ferrez.

[highlight style=”smoke”]Il Memorial dos Pretos Novos, antico cimitero, è un luogo fuori dal tempo a testimonianza della tratta degli schiavi dall’Africa al Brasile.[/highlight]

[dropcap style=”circle”]C[/dropcap]’era il Valongo e c’era la Pequena África. Il primo era un’insenatura che ospitava l’omonimo molo del porto di Rio de Janeiro. Era il punto esatto in cui attraccavano le navi cariche di africani ridotti in schiavitù e da vendere nei mercati della città, che erano concentrati nella Rua Camerino. Piccola Africa era invece il nome che, un po’ di tempo dopo, il sambista Heitor dos Prazeres diede alla zona di Rio proprio a ridosso del porto, quella che oggi comprende i quartieri di Saúde e Gamboa.

Ci furono la fine della schiavitù e le riforme urbanistiche del sindaco Pereira Passos, che a inizio Novecento rivoluzionò Rio de Janeiro, dandole un non so che di parigino. Eventi che cambiarono le cose: il Valongo fu aterrado e là dove c’era il mare sorsero strade ed edifici.

C’è il progetto del Porto Maravilha. È il vasto programma municipale che punta a risanare e ridare dignità all’intera zona portuaria di Rio de Janeiro, da decenni in costante declino e abbandonata a se stessa. C’è chi dice che Porto Maravilha è un intervento positivo che restituirà valore culturale, sociale ed economico alla zona. Altri dicono che l’obiettivo è una nuova speculazione edilizia. Forse tutti hanno ragione.

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La zona portuale di Rio de Janeiro nel XIX secolo in una foto di Marc Ferrez.

Sta di fatto che quando a un mio caro amico carioca ho detto che ero andato a visitare il quartiere di Gamboa (tra l’altro di sera), mi sono sentito dire che ero stato coraggioso e che fino a pochi anni prima entrare lì significava firmare il contratto per essere assaltati. Eccessi di preoccupazione dei carioca a parte, che il luogo ispiri poca fiducia e sia in condizioni di degrado è evidente.

Ci sono poi gli antichi cimiteri. Sì, perché sotto l’asfalto bucato di Gamboa sono sepolte decine di migliaia di persone. Persone dalla pelle nera che non poterono sopravvivere a lungo al viaggio, in catene, verso il Nuovo Mondo. Quel viaggio si concludeva qui: nel porto di Rio de Janeiro e l’attuale Rua Pedro Ernesto, dove si trova il Memorial dos Pretos Novos, si chiamava un tempo Rua do Cemitério.

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L’attuale Rua Pedro Ernesto a Gamboa (già Rua do Cemitério) su Google Street View.

Oggi Rua Pedro Ernesto è una strada sgangherata, di quelle meno frequentate e con le palazzine antiche tipiche delle zone centrali di Rio de Janeiro. Quando nel 1996 i coniugi Guimarães intrapresero i lavori di ristrutturazione della loro abitazione al civico 36, la terra restituì cumuli di ossa: la loro casa si trovava in cima ad un enorme cimitero, che ospitava quelli che erano chiamati pretos novos, gli africani recentemente arrivati in Brasile e non ancora adattatisi o usciti dalla quarantena.

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Ingresso del Memorial dos Pretos Novos.

Il luogo fu sottoposto a vincoli archeologici e culturali ed è diventato un memoriale con spazi espositivi e un piccolo centro culturale, attorno al quale ruota un vero e proprio ente di ricerca: l’Instituto de Pesquisa e Memória Pretos Novos (IPN). L’IPN, oltre a valorizzare il luogo e dedicarsi allo studio delle culture afrobrasiliane, organizza anche workshop e laboratori educativi.

Ma torniamo alla visita al memoriale.

Varcata la soglia dell’edificio, si ha la sensazione di accedere a un mondo che appartiene ad un’epoca antica. Copacabana e Ipanema sembrano così lontane! Il legame con l’Africa è forte e lo si avverte osservando le pareti ricoperte di vecchie fotografie e ritratti di schiavi.

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Prima sala del Memorial dos Pretos Novos.

Grandi pannelli raccontano la storia del cimitero: nel suo periodo di funzionamento, dal 1769 al 1830, la stima dice che qui furono sepolte circa 30.000 persone.

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I volti degli schiavi nella seconda sala del Memorial dos Pretos Novos.

Sul pavimento, coperti da piramidi di vetro, sono visibili due pozzi per i sondaggi archeologici: mostrano il terreno e alcuni reperti. Un documentario racconta la storia del posto.

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Pozzo di sondaggio che mostra il terreno sottostante il memoriale.

Lentamente ci si sente immersi in una vicenda troppo grande per essere capita a pieno. Ascoltare i racconti dei coniugi Guimarães può aiutare a rompere il ghiaccio e afferrare il senso del memoriale. La loro forza di volontà non ha limiti e te ne accorgi quando, nonostante lo scarso aiuto della prefeitura, ti dicono di voler insistere con il loro progetto. Lo stesso impegno lo si nota nei giovani archeologi a lavoro: c’è tanta passione tra queste mura. Tanta voglia di far emergere la verità.

Volto di uno schiavo al Memorial dos Pretos Novos
Volto di uno schiavo al Memorial dos Pretos Novos.

Credetemi: venire a conoscere questi luoghi è un’esperienza forte e toccante. Non solo per il fatto che siamo molto al di fuori dei circuiti turistici tradizionali (e probabilmente il mio amico un pizzico di ragione ce l’ha, quando dice che qui bisogna stare in campana). I motivi principali per cui questa è una delle esperienze più forti che abbia fatto sono altri.

Qui è passata la storia (tragica) di tante persone e quest’energia la si respira nell’aria e trasuda dal terreno. Qui sono passate la storia del Brasile e di Rio de Janeiro, che dall’Africa hanno assorbito culti, cultura, musica e tratti fisici delle persone. Qui è passata la storia dell’umanità e la triste tratta degli schiavi, letta solo sui libri di storia, d’un tratto diviene realtà. Si parla di oltre 10.000.000 di africani catturati e trasportati come schiavi nelle Americhe. Di questi, circa 6 milioni furono portati in Brasile, prevalentemente nel Sudest. I commenti perdono senso di fronte a tali numeri.

C’è poi un altro motivo: il contrasto. Il Memorial dos Pretos Novos si trova al centro di una grande trasformazione urbana. Modernità e passato si trovano a convivere e non starei qui a parlare di tutto ciò se così non fosse. Non ci sarebbe interesse a investire in scavi archeologici, se l’area non si trovasse di nuovo al centro delle dinamiche urbanistiche di Rio de Janeiro; non ci sarebbe risanamento urbano, se la zona non avesse di per sé un valore che le è dato dalla Storia.

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Volto di uno schiavo al Memorial dos Pretos Novos.

Cosa accadrà lo si saprà più avanti. Se non si cederà alle lusinghe della speculazione immobiliare e si rispetteranno le persone che qui vivono evitando di cadere nell’oblio, la speranza è che Rio de Janeiro avrà tanto da guadagnare. Per ora da quelle parti è tutto uno scavare, anche per i lavori della metropolitana leggera di superficie proprio davanti all’ingresso del memoriale, in Rua Pedro Ernesto 36.

Un secolo e mezzo dopo la sua chiusura, il Cemitério dos Pretos Novos è tornato a vivere grazie all’impegno di Petrúcio e Maria de la Merced Guimarães. Stavolta la ragione degli scavi è un’altra: quella di mantenere viva la memoria di una delle pagine più tristi dell’umanità e di salvaguardare l’eredità culturale che gli africani hanno dato al Brasile.

Simone Apollo

Sono appassionato di Rio de Janeiro e di Brasile. Sociologo, esperto di America latina, innovazione sociale, favelas e comunicazione. Inventore di DentroRiodejaneiro, l'unico blog italiano dedicato a Rio de Janeiro (e non solo).

2 commenti

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  • Bellissimo articolo Simone, mi sembrava quasi di essere dentro il memoriale..! Complimenti per darci ogni volta il senso di una città, dove, come diceva Chico Buarque “Cada ribanceira è uma nação”. E l’Africa-nazione è una parte di Rio che spero non venga dimenticata, insieme a tutte le persone che mostrano con fierezza la loro identità negra.

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