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La dinamica dell’urbanizzazione carioca: come le favelas sono diventate un problema

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Il teleferico del Compêxo do Alemão - (foto di Simone Apollo)
[dropcap style=’circle’]I[/dropcap]l fenomeno dell’espansione delle favelas risale a molti decenni fa, e ha interessato tutti i grandi centri abitati del Brasile: dai poveri stati del Nordeste, a quelli industrializzati del sud; da São Paulo a Rio de Janeiro.

L’urbanizzazione selvaggia delle città è legata indissolubilmente alla difficile realtà delle campagne, in cui il latifondo e la monocoltura hanno isolato molti contadini, lasciandoli in balia delle oscillazioni dei prezzi. Di fronte alla prospettiva di un’occupazione stabile, molti decisero, a partire dagli anni Trenta, di abbandonare i propri luoghi per rifarsi una vita nelle grandi città, dove le possibilità per guadagnarsi da vivere erano maggiori. È in quegli anni che sono iniziati i processi migratori di massa verso le metropoli, e la conseguente nascita degli insediamenti abusivi, denominati favelas.

Il meccanismo è ancora in atto, se si pensa che la povertà urbana è cresciuta di molto anche negli ultimi anni: tra il 1970 e il 1999 la quota dei poveri residenti nelle città e nelle aree metropolitane in genere, è passata dal 48,5% al 79,6%, e, parallelamente si sono più che dimezzati i poveri delle zone rurali (Rocha, 2003). L’enorme flusso migratorio verso le città, ha fatto esplodere il problema delle favelas con tutte le sue implicazioni.

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La favela di Morro dos Prazeres a Rio de Janeiro.

Definizione del termine “favela

La definizione ufficiale del termine “favela”, usata per la prima volta dall’IBGE nel censimento del 1950, afferma che una favela è un agglomerato umano con i seguenti requisiti:

[list style=’arrow’] [list_item]in termini di dimensioni minime, deve essere un raggruppamento formato da almeno cinquanta nuclei abitativi;[/list_item] [list_item]in termini di tipo di abitazione, ci deve essere una predominanza di baracche o casupole dall’aspetto trasandato e costruiti con materiali di fortuna;[/list_item] [list_item]in termini di condizione giuridica dell’area occupata, le costruzioni devono essere senza permesso ed edificate su terreno di terzi o di proprietà sconosciuta;[/list_item] [list_item]in termini di dotazione di servizi pubblici, ci deve essere assenza o carenza di rete sanitaria, luce, telefono, e servizi idrici;[/list_item] [list_item]in termini di urbanizzazione, deve occupare un’area non urbanizzata, con mancanza di strade e numerazione civica.[/list_item] [/list]

La definizione risale al 1950, e, ovviamente le favelas (soprattutto le più antiche) sono cambiate e per molti aspetti sono migliorate. Fondamentalmente, però, la definizione ufficiale è sempre questa, anche se negli ultimi anni l’IBGE pone maggior enfasi sulle caratteristiche giuridiche e sulle dimensioni dell’agglomerato, proprio perché fisicamente molte favelas sono cambiate. Il risultato è che le statistiche tenderebbero a ridurre le dimensioni del fenomeno, visto che tutte le favelas formate da  meno di cinquanta case sono escluse dal conteggio (Taschner, 2003).

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Il teleferico del Compêxo do Alemão – (foto di Simone Apollo)

Le favelas di Rio de Janeiro

Nella città carioca la questione si è presentata prima che in altri luoghi, ed ha assunto dei contorni del tutto specifici. Per una serie di motivi, Rio de Janeiro ha visto nascere le favelas prima e più in fretta. Intanto, Rio è stata la capitale del Brasile prima della costruzione di Brasilia, ed ha attratto moltissime persone provenienti da tutti gli stati della federazione. Per la sua importanza politica Rio de Janeiro è stata il centro di svariate opere pubbliche: Taschner (2003) ricorda, per esempio, la riforma urbana di Pereira Passos, che ha stravolto l’impianto della città, e ha portato alla costruzione della grande arteria stradale della Avenida Central (l’odierna Avenida Presidente Vargas). Quest’opera ha obbligato migliaia di persone ad abbandonare le proprie case, e a costruirsi nuove abitazioni abusive sulle colline sovrastanti la Zona Norte.

D’altra parte, lo sviluppo urbano e l’edificazione delle grandi opere pubbliche, richiedevano una massa enorme di manodopera, e molte persone furono spinte ad emigrare a Rio de Janeiro proprio per ottenere un lavoro nel settore edilizio in espansione. Anche l’espansione massiccia della città, che negli ultimi decenni ha riguardato la zona sul e ha portato alla nascita dei ricchi quartieri di Copacabana, Ipanêma, Leblon e Barra da Tijuca, si è servita di manodopera a basso costo proveniente soprattutto dal Nordeste, che era costretta a rimediare una sistemazione di fortuna. In questo modo, parallelamente ai grandi alberghi e ai condomini eleganti della zona sul, si sono allargate a dismisura anche le favelas. In un certo senso, perciò, un altro dei fattori che hanno concorso all’immigrazione a Rio, e quindi all’aumento della popolazione favelada, è stata la vocazione turistica della città, che ha richiesto la costruzione di complessi alberghieri molto grandi e che avevano bisogno di un grosso impiego di lavoratori.

Se la nascita della prima favela carioca risale addirittura al 1897, quando i soldati di ritorno dalla campagna di Canudos si trovarono senza casa, e occuparono l’area dell’attuale Morro da Providência nella zona norte della città, a partire dagli anni Trenta si assiste al dilagare del fenomeno, che fu alimentato dalla crisi economica e dal crollo del prezzo del caffè, che mandò in rovina molta gente (il termine favela deriverebbe proprio dal nome di una pianta leguminosa molto diffusa nella regione di Canudos. I soldati si sarebbero sparsi sul colle dove sorge l’attuale Morro da Providência, come la pianta sulle alture di Canudos, e il morro prese il nome di Morro da Favela. La denominazione venne in seguito utilizzata per tutti gli insediamenti illegali che sorsero in seguito). Le grandi opere pubbliche, e l’espansione edilizia, come si è detto, hanno fatto il resto, e, nel 1970, il 10% della popolazione carioca viveva in favelas (a São Paulo l’1%), e in vent’anni, dal 1973 al 1993, la percentuale è cresciuta fino al 20%.

Un altro elemento chiave per la comprensione della specificità del fenomeno delle favelas di Rio de Janeiro, è connesso alla particolare conformazione fisica e geografica della città. Questa è costruita nel mezzo di alcuni complessi montuosi ricoperti di foresta, e le sue favelas sono ripidamente adagiate sui costoni rocciosi. Questa caratteristica ha fatto sì che le favelas carioca venissero percepite come delle zone franche, distanti e totalmente differenti dal resto della città, ed ha portato alla nota distinzione tra morro e asfalto. La favela isolata sulla collina (morro), e la città perbene che vive nei quartieri dove ci sono le strade (asfalto). Questa distinzione ha pesato molto sui rapporti tra popolazione favelada e resto della città, aumentando le distanze e facendo crescere i pregiudizi.

Il mito della marginalità e le politiche di rimozione delle favelas

Di questi pregiudizi si occupa lo studio di Janice Perlman pubblicato nel 1976, dal titolo The Myth of Marginality, rimasto uno dei classici sull’argomento. La ricerca si basa su centinaia di interviste fatte agli abitanti di alcune favelas di Rio, e giunge alla conclusione che gli abitanti delle favelas non sono affatto emarginati. Socialmente, essi sono inseriti in una precisa struttura e vivono l’ambiente urbano; culturalmente, contribuiscono con la loro musica, le espressioni artistiche, il linguaggio ed il calcio, alla creazione del mainstream, aspirano alla migliore educazione per i propri figli, al miglioramento delle loro condizioni di vita,e sono dotati di un forte ottimismo; economicamente, sono inseriti nel circuito cittadino, in cui svolgono, però, i lavori peggiori con una retribuzione molto bassa e con poca sicurezza; politicamente, non sono né radicali né apatici, ma sono oggetto della manipolazione da parte dei politici. Per questo Perlman conclude che la marginalità dei favelados è solo un mito, e che essi sono inseriti a pieno titolo nel tessuto urbano, anche se occupano una posizione svantaggiata, e sono socialmente esclusi dalle classi dominanti che di loro si servono (Perlman, 1976).

La ricerca di Perlman è importante, perché ha rotto l’idea, prevalente in quel momento storico negli ambienti accademici e nell’opinione pubblica, che i migranti poveri del Nordeste che giungevano a Rio de Janeiro fossero responsabili della propria condizione e del proprio fallimento, e che le favelas fossero solo dei grandi serbatoi di crimine, violenza e prostituzione, che mettevano in pericolo l’ordine della città e quindi andassero eliminati (Perlman, 2002).

Questa idea condivisa fu il pilastro delle politiche rimozioniste implementate tra il 1968 e il 1975, in piena dittatura militare. Di fatto, questa strategia è stata la prima massiccia risposta pubblica al problema (se si escludono le azioni affidate alle organizzazioni cattoliche negli anni Cinquanta e Sessanta), e ha portato non solo alla demolizione di 60 favelas ed all’allontanamento di centomila persone, ma anche alla persecuzione dei rappresentanti delle associazioni degli abitanti, che si erano più volte mobilitati contro l’attuazione delle rimozioni (Burgos, 1998), e all’interruzione di ogni segnale di dialogo democratizzante tra Stato e favelados. I risultati di questi interventi non hanno in alcun modo risolto il problema: la popolazione favelada è cresciuta ugualmente a causa degli alti tassi di immigrazione degli anni Settanta; molte persone costrette a spostarsi dalle proprie case, alle quali vennero offerte nuove sistemazioni, si affrettarono a vendere tutto e a tornare nei luoghi da dove erano stati allontanate alla ricerca dei vecchi legami sociali di cui erano state private; molti vissero traumaticamente l’abbandono delle proprie case, e nel giro di poco tempo si trovarono ancora più esclusi dal tessuto cittadino.

L’integrazione delle favelas

Accantonate le politiche rimozioniste, ci si trovò di fronte agli stessi problemi di sempre, con un’aggravante: i favelados erano sempre moltissimi, l’abbandono delle politiche di urbanizzazione degli anni Cinquanta e Sessanta non aveva apportato alcun miglioramento alle comunità, e la popolazione delle favelas percepiva, ormai, i poteri pubblici lontanissimi e pericolosi, identificandoli con la volontà di eliminazione delle favelas. Le stesse associazioni dei residenti, che negli anni delle rimozioni erano diventate strumento di controllo sociale di cui il governo dello Stato di Rio de Janeiro poteva usufruire, erano viste con sospetto (Burgos, 1998). Tutto questo, sfiduciò le comunità, e contribuì alla ricerca di vie alternative di rappresentanza sociale: a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, le clientele dei singoli politici, e le prime bande di trafficanti di droga, assunsero molta importanza nelle favelas della città carioca, mentre le istituzioni pubbliche sembravano lontanissime.

Del resto all’inizio degli anni Ottanta la situazione delle centinaia di favelas della città era drammatica. Secondo dati della prefeitura, su 364 favelas recensite soltanto l’1% era allacciato alla rete fognaria municipale. La necessità di un serio intervento pubblico, che andasse aldilà dell’assistenzialismo religioso e delle rimozioni forzate dei militari era ormai evidente. La risposta venne in un primo tempo con l’elezione di Brizola nel 1982 al governo statale, che intraprese una serie di azioni per migliorare le condizioni di vita all’interno di moltissime comunità (anche per ripagare l’appoggio elettorale proveniente dai favelados). I risultati furono buoni sul piano dell’urbanizzazione (si collegarono sessanta favelas alla rete idrica e alla rete fognaria, si portò l’illuminazione pubblica in molte zone e si tentò anche di regolarizzare la proprietà delle case), ma non servirono allo scopo di eliminare le distanze sociali e culturali tra quartieri normali e favelas. Questa lacerazione, che si è detto risale all’avvio delle politiche di rimozione implementate sotto le giunte militari, ed ha interrotto i primi fragili rapporti sociali tra favelados e città, contribuirà non poco negli anni all’esplosione della violenza nella città carioca.

Una spinta innovativa è arrivata con la Costituzione del 1988, che, tra le altre cose, ha sancito l’autonomia finanziaria delle prefeituras, e ha reso obbligatorio per le città con più di ventimila abitanti la stesura di un piano regolatore (Plano Diretor). Con queste novità, la gestione della questione delle favelas è passata dagli organi statali a quelli municipali, e le varie giunte cha hanno guidato la città hanno potuto agire con più libertà. Nel 1992, quando la città era guidata da Marcello Alencar, è stato varato il Plano Diretor di Rio de Janeiro, che ha apportato molte innovazioni nell’approccio istituzionale alla questione delle favelas. Rispetto agli anni Trenta, quando fu stabilito che gli agglomerati subnormali non andavano segnalati sulle mappe ufficiali, o agli anni delle rimozioni forzate, il cambiamento è enorme: le favelas (che ora sono inserite nelle mappe) fanno parte della città, e la prefeitura possiede il compito di intervenire con opere di urbanizzazione, che stimolino la partecipazione locale, per trasformarle in bairros populares (quartieri popolari) (Plano Diretor, 1992). Il cambio di rotta è innegabile, e ora l’intento delle autorità locali è quello di integrare il morro e l’asfalto.

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Graffiti nella Favela da Grota – (foto di Simone Apollo)

Il programma Favela-Bairro

Anche se a partire da questa innovazione (che è teorica e operazionale al tempo stesso) il problema delle favelas è tornato fortemente alla ribalta più che altro per il fenomeno della violenza, i programmi di recupero e urbanizzazione intrapresi dalla prefeitura sono stati diversi. Il più importante e noto è sicuramente il programma Favela-Bairro, i cui obiettivi sono:

[list style=’arrow’] [list_item]costruire e dare complemento alla struttura urbana con opere di risanamento e democratizzazione degli accessi ai servizi;[/list_item] [list_item]offrire le condizioni ambientali per la lettura della favela come un quartiere della città;[/list_item] [list_item]la partecipazione degli abitanti;[/list_item] [list_item]l’introduzione di valori urbanistici della città formale come segno della sua identificazione come quartiere.[/list_item] [/list]

Il programma, finanziato in parte dal BID (Banco Interamericano de Desenvolvimento), è partito nel 1994, ed è tuttora in corso. Fin dall’inizio si è concentrato sulle favelas di media grandezza e nella prima fase ha beneficiato circa 220.000 persone.

Oggi Rio de Janeiro conta più di seicento favelas sparse in ogni parte della città, ma secondo alcuni, sarebbero molte di più, visto che la definizione di favela fornita dall’IBGE ed utilizzata per i conteggi ufficiali, esclude gli insediamenti troppo piccoli (Preteceille e Valladares, 2000). Dei 5.800.000 abitanti della metropoli, più di un milione vivono in favelas, mentre nel 1991 erano circa 880.000. Se la popolazione non favelada è cresciuta nel decennio degli anni Novanta del 3%, quella residente nelle favelas è cresciuta del 24%. Questa si sta dirigendo soprattutto verso le nuove zone di espansione della città, la zona ovest e l’area di Barra da Tijuca, dove c’è ampia disponibilità di suolo; anche nella zona sul e nella zona norte, comunque, la popolazione favelada continua a crescere a ritmi sostenuti (rispettivamente del 5% e del 13%) (Cavallieri, 2003)

Se l’intervento pubblico ha ormai abbandonato le strategie che portano alla crescita dei fenomeni di esclusione e mira all’integrazione delle comunità carenti, i problemi vecchi e nuovi continuano ad essere molti. Negli insediamenti che continuano a sorgere nella zona ovest della città e nell’area metropolitana, gli interventi di urbanizzazione e risanamento sono ancora scarsi, e, del resto anche molte favelas centrali devono convivere con problemi igienici e rischi sanitari.

Narcotrafficanti, violenza e vuoto di diritti nelle favelas

Il problema più grande, sembra essere, però, quello della violenza legata ai trafficanti di droga, che ha partire dagli anni Settanta hanno trovato nelle favelas una base preziosa per le loro attività illecite. Le bande di trafficanti si sono sviluppate come conseguenza delle scelte repressive del governo militare, quando i criminali comuni entrarono in contatto con i prigionieri politici e da questi assorbirono i principi fondamentali per dotarsi di una struttura organizzata. La Falange Vermelha, oggi nota come Comando Vermelho, nacque nella seconda metà degli anni Settanta dentro ai centri penitenziari, e si caratterizzò come una rete fiduciaria e organizzata fondata sul modello strutturale dei gruppi di sinistra con cui si trovarono in contatto. Una volta fuori dalle galere, i membri della Falange si organizzarono gerarchicamente e iniziarono a tessere le proprie trame criminali nella città carioca, trovando delle basi sicure nelle centinaia di favelas della città, in cui, nel frattempo, la presenza delle istituzioni pubbliche era venuta a mancare aumentando le frustrazioni degli abitanti (che erano già sfiduciati dalle rimozioni forzate degli anni precedenti). La ricerca di un’entità che si prendesse carico dei problemi delle comunità, ha facilitato la penetrazione delle bande criminali nelle favelas, che in breve tempo si trovarono ad essere comandate dai capi del tráfico.

L’intreccio tra comunità e trafficanti è un problema annoso per i sociologi brasiliani: di sicuro c’è che le bande criminali hanno colmato un vuoto di diritti sociali e di rappresentanza delle istituzioni, e sono riuscite a stabilire delle relazioni solidaristiche con le popolazioni delle favelas. I capi locali, che non sono altro che gli ingranaggi più piccoli di una macchina ramificata in tutto il continente, mantengono l’ordine e danno protezione alla comunità, elargiscono favori e ottengono obbedienza e fedeltà da una popolazione costretta al silenzio e sottoposta alle rappresaglie della polizia. Il vortice di violenza che si viene a creare è praticamente inarrestabile, ed è alimentato anche dagli alti livelli di corruzione della polizia militare, e dai consumi elevati di cocaina da parte delle classi medio-alte e dei turisti che giungono a Rio de Janeiro. Il risultato finale è un ulteriore svuotamento degli spazio di democrazia a disposizione dei favelados, che si trovano schiacciati tra l’obbedienza al crimine e la violenza della polizia che tutto fa, tranne che proteggere gli abitanti (Leeds, 1998).

La soluzione alla questione delle favelas è tutt’altro che semplice. Se da un lato sembra ormai essere condivisa l’idea che le rimozioni forzate hanno come unico risultato l’aumento delle distanze e delle reciproche differenze tra favelados e resto della città, dall’altro non sembra possibile raggiungere risultati soddisfacenti se agli interventi di risanamento urbano non si accompagnano misure politiche strutturali. Queste sono da ricercare in una riduzione dei flussi migratori attraverso meccanismi innovativi di redistribuzione delle terre (tra l’altro la Costituzione brasiliana prevede che le terre incolte debbano essere espropriate e ridistribuite ai senza terra), e in interventi educativi indirizzati alle forze dell’ordine al fine di contrastare la corruzione dilagante ed opporre una efficace lotta alle bande di trafficanti.

Bibliografia

[list style=’arrow’] [list_item]Burgos M.B., 1998, Dos parques proletários ao Favela Bairro. As políticas públicas nas favelas do Rio de Janeiro, in Um seculo de favela, FGV Editora, Rio de Janeiro.[/list_item] [list_item]Cavalieri F., 2003, Favela–Bairro: integração de áreas informais no Rio de Janeiro, in A Cidade da informalidade. O desafio das cidades latino-americanas, Livraria Sette Letras FAPERJ, Rio de Janeiro.[/list_item] [list_item]Leeds E., 1998, Cocaína e poderes paralelos na periferia urbana brasileira. Ameças à democratização em nível local, in Um seculo de favela, FGV Editora, Rio de Janeiro.[/list_item] [list_item]Perlman J.E., 2002, Marginality: from myth to reality in the favelas of Rio de Janeiro, 1969-2002.[/list_item] [list_item]Perlman J.E., 1976, The Myth of Marginality: Urban poverty and politics in Rio de Janeiro, University of California, Berkeley.[/list_item] [list_item]Prefeitura do Rio de Janeiro, 1992, Plano diretor do Rio de Janeiro, articoli 148 e 151.[/list_item] [list_item]Taschner S.P., 2003, O Brasil e suas favelas, in A Cidade da informalidade – O desafio das cidades latinoamericanas.[/list_item] [/list]

Simone Apollo

Sono appassionato di Rio de Janeiro e di Brasile. Sociologo, esperto di America latina, innovazione sociale, favelas e comunicazione. Inventore di DentroRiodejaneiro, l’unico blog italiano dedicato a Rio de Janeiro (e non solo).

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